Guerra /

Bombe preservativo, manichini riscaldati per ingannare i sensori termici, droni, auto-cingolate, postazioni da cecchino controllate in remoto.

In alcuni casi, l’Isis ha dimostrato di essere in grado di progettare e realizzare equipaggiamento relativamente “moderno”, con capacità di produrlo e di schierarlo in gran numero sul campo. L’innovazione tecnologica dello Stato islamico non può essere considerata alla stregua di quella occidentale. È per lo più una tecnologia “genuina”. Ciò non significa che non possa essere anche efficace.

La postazione da cecchino in remoto e “l’arma suicida suprema”

Lo scorso giugno, in un polveroso avamposto nei pressi della città di Kirkuk, i Peshmerga entrarono in possesso di diverse piattaforme realizzate ‘in casa’ dai fondamentalisti che dimostrarono la crescente adattabilità del califfato sul campo di battaglia. Il primo dispositivo rinvenuto è un fucile da cecchino modificato ed adattato per essere montato su una piattaforma in acciaio in grado di ruotare di 360 gradi. Il sistema d’arma è equipaggiato con un computer per tenere traccia degli obiettivi. Si tratta, quindi, di una postazione da cecchino in remoto. Computer e cavi sono di fattura inglese, mentre alcune migliorie apportate sono riconducibili ai ceceni, ritenute le migliori truppe che hanno sposato la causa del califfato. Il fucile è collegato ad un computer di tiro che controlla tutti i parametri necessari per consentire all’utente in remoto di fare fuoco in totale sicurezza, guardando l’obiettivo tramite una telecamera ad alta definizione installata sul sistema.

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Il secondo sistema scoperto è un camion rinforzato carico di esplosivo protetto da piastre in acciaio spesse due pollici. Questi camion hanno avuto il loro battesimo del fuoco durante la battaglia di Ramadi contro il quartier generale delle truppe lealiste irachene. La corazzatura protegge il mezzo dal fuoco nemico, gli consente di sfondare i checkpoint e di dirigersi senza esplodere verso il bersaglio. Sul fronte settentrionale, dove sono attivi i Peshmerga, i miliziani dello Stato islamico utilizzano sempre più spesso equipaggiamento modificato. Il camion corazzato è dotato anche di una torretta blindata che ospita mitragliatrici pesanti. All’interno del mezzo, trovano spazio centinaia di contenitori per il plastico C4. E’ giudicato sia dai terroristi che dai lealisti, come l’arma “suicida suprema”. I camion corazzati sono così tanto temuti che i Peshmerga si rifiutano di affrontarli in campo aperto. Nonostante sia stato apprezzato l’invio dei cannoni senza rinculo “Folgore” italiani, per eliminarli i curdi si affidano preferibilmente ai raid aerei alleati.

Droni commerciali

Il primo utilizzo di un drone commerciale dello Stato islamico risale al marzo dello scorso anno. Nei pressi di Fallujah i terroristi islamici utilizzarono per la prima volta un piccolo drone commerciale per la sorveglianza. Dopo averlo fatto alzare in volo per circa trenta minuti, i fondamentalisti lo hanno fatto atterrare, caricandolo poi su un veicolo. Il comando aereo alleato, che stava monitorando il tutto tramite rete satellitare, ha dato ordine ad un caccia armato di pattuglia nell’area di eliminare la minaccia, lanciando un missile contro il mezzo. La distruzione del drone e del veicolo è stata confermata dal Combined Joint Task Force. E’ il primo attacco portato dalla Coalizione contro un drone dell’Isis. Dal Pentagono rilevarono la sostanziale differenza tra il piccolo drone commerciale ed i ben più letali Predator utilizzati dalla coalizione. E’ anche vero, però, che una tecnologia relativamente innocua può essere adattata per scopi diversi. In un video chiamato “Clanging of the Swords, Part 4”, girato nel 2014, si nota una città dell’Iraq occidentale, chiaramente ripresa dall’alto, quasi certamente da un drone.

Autobombe radiocomandate con manichino termico

Nei laboratori dello Stato islamico di Raqqa, particolare cura è destinata a migliorare le tattiche suicide. I terroristi di tutto il mondo adorano farsi saltare in aria, ma c’è un problema di fondo: i volontari al martirio sono sempre meno. Ecco che allora gli “ingegneri” dello Stato islamico stanno affinando le auto cariche di esplosivo radiocomandate a distanza. La tecnica principale per identificare una minaccia simile è quella di puntare una telecamera ad infrarossi contro il veicolo. Se quest’ultimo non emette alcun firma di calore, si neutralizza. I progettisti dell’Isis, però, avrebbero da un lato migliorato il sistema di guida in remoto e dall’altro risolto il problema della firma termica. Il manichino posto alla guida è stato cablato e ricoperto di fogli d’alluminio, precedentemente riscaldato, in modo da emettere calore identificabile dalla telecamera ad infrarossi. Non vi è alcuna prova sul campo dell’utilizzo di tale “tecnologia”.

I carri armati del martirio

Definita come una delle massime espressioni della tecnologia fatta in casa dell’Isis, altri non è che un bulldozer protetto da alcune lastre di metallo saldate. Questi mezzi, a centinaia, sono stati utilizzati dallo Stato Islamico per lanciare attacchi suicidi contro le truppe lealiste e seminare il panico nelle principali città dell’Iraq e della Siria. Decine di questi blindati sono stati utilizzati dall’Isis nell’offensiva contro la città strategica di Haditha.

Bombe preservativo

Contro i cacciabombardieri russi che iniziavano a martellare le loro posizioni, i terroristi misero in campo le bombe preservativo. Lo scorso ottobre, i terroristi utilizzarono centinaia di preservativi a mò di palloni aerostatici collegati a piccole bombe che si librarono nel cielo. I contraccettivi sono stati rilasciati nella speranza di colpire i bombardieri di Vladimir Putin. Questo è un metodo sicuro – dicevano i terroristi in un video di propaganda – per colpire gli assassini. Le bombe profilattico sono state lanciate sopra i cieli della città siriana di Idlib. Le bombe condom sono state rilasciate in attesa di colpire qualche caccia di quarta generazione avanzata russo o un elicottero blindato come il Kamov. Davvero simpatici – commentarono dal Cremlino – li ammazzeremo per ultimi (citando la frase di un film americano).

Auto cingolate

Poche ore fa i Peshmerga, forze armate della regione autonoma del Kurdistan iracheno, hanno rilasciato sul proprio canale Facebook la foto di un bizzarro pick-up catturato ai terroristi dell’Isis. Quel che sembra essere un 4×4 Toyota Hilux è stato modificato con dei cingoli per la guida su terreni improvvisati.

Il pericolo delle armi “micro-tattiche”

Il Dipartimento per la non proliferazione ed il controllo degli armamenti del Ministero degli Esteri russo, ha già accertato dei casi di utilizzo di armi chimiche la cui produzione richiede l’utilizzo di tecnologie piuttosto complesse, in Siria ed in Iraq. Nel 1986 il rapporto a cura dell’International Task Force on the Prevention of Terrorism paventava il rischio del “terrorismo nucleare” ed invocava maggiori controlli e sistemi di protezione opportuni per evitare la detonazione di un ordigno. Nel novembre del 2006, sappiamo che al-Qaeda era alla ricerca di armi nucleari che avrebbe fatto detonare nelle principali città del Regno Unito. Quello che più spaventano sono le testate micro-atomiche, armi tattiche con una potenza relativamente bassa, ma ideali per il terrorismo nucleare. L’incubo di un attacco terroristico nucleare è comunque diversificato perché la sostanza radioattiva potrebbe essere combinata con l’esplosivo ed ecco che allora si parla di bomba sporca. In questo caso è la detonazione che disperde il materiale radioattivo: parliamo di una bomba nettamente inferiore come potenza rispetto ed una esplosione nucleare, ma con una ricaduta degli agenti coinvolti che possono raggiungere anche i dodici chilometri di altezza. Se una bomba sporca dovesse esplodere in una capitale europea, per esempio, i danni sarebbero devastanti perché proprio la ricaduta del materiale (grazie anche ai venti) si estenderebbe oltre gli effetti dell’esplosione, soprattutto se si verificassero delle detonazioni superficiali ad alto rendimento. Quello che più preoccupa le intelligence di tutto il pianeta, sono i siti nucleari sovietici, i centri di studio dei paesi in rivolta (come quei 40 kg di uranio trafugato dai depositi dell’università di Mosul la scorsa estate), gli agenti biologici prodotti nei laboratori di Saddam Hussein, le semplici ma letali scorie radiologiche per uso sanitario ed i rifiuti tossici. Una bomba sporca con poche libbre di uranio-235 sarebbe capace di far propagare un fall-out devastante, contaminando vaste aree di una metropoli. Il problema di un possibile impiego di ordigni esplosivi improvvisati sporchi (IED) è reale, perché lo Stato islamico dispone di fondi e simpatizzanti. Così come reale potrebbe essere l’impiego di cellule infettate con malattie virali ad alta propagazione, un’evoluzione del kamikaze. Oggi, quindi, la minaccia è ben più stratificata di quanto si possa immaginare. A Mosul si trova una gigantesca fabbrica di cloro requisita dai terroristi e le forze irachene temono che stiano accumulando materiale per l’ultima mortale battaglia. Il Califfato potrebbe essere in possesso anche di alcune testate di iprite e sarin. Se questi timori fossero confermati, le prossime battaglie potrebbero vedere un massiccio impiego di armi chimiche. L’Isis non può permettersi di perdere Mosul, eletta nuova capitale dell’Iraq. Perdere la città significherebbe abbandonare il paese e ripiegare in Siria. Ecco perché Mosul potrebbe rappresentare l’ultima resistenza.

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