Ipotesi, timori e congetture. Per molti osservatori e analisti, i danni riportati dal gasdotto Nord Stream 2 sono stati provocati senza alcun dubbio da un sabotaggio sottomarino. Esistono decine di armi e modalità – che tutti i sospettati posseggono nei loro arsenali navali – capaci di provocare efficacemente e silenziosamente danni più e meno ingenti ad un apparato simile. Il mistero, che potrebbe prestarsi benissimo alla trama di un romanzo spionistico di Eric Ambler, o reclamare il coinvolgimento nelle indagini del famigerato Jack Ryan della inimitabile saga di Tom Clancy, è chi ne sia stato il mandante; e quale possa essere l’ “obiettivo” dietro la presunta “azione” che non a caso sarebbe stata condotto in acque internazionali dove tutti potrebbero accedere, e nessuno ha formale giurisdizione.

Ad oggi, di fattuale, esistono solo i video e le fotografie rilasciate dalle Reali forze armate danesi che hanno inviato sul posto un F-16 della loro Flyvevåbnet, e mostrato al mondo il ribollire di gas che veniva rilasciato nel mare da una falla di discrete dimensioni. Gas che salendo in superficie proprio in coincidenza con la rotta seguita delle linee 1 e 2 del gasdotto russo, dava luogo ad un’anomalia di “oltre 1 km di diametro” in settori con lo status di acque internazionali – benché entrambi a ridosso delle acque territoriali della Danimarca – considerate zona economica esclusiva della Danimarca (e in un caso anche della Svezia). Potete trovare una localizzazione accurata tramite H.I. Sutton.

Che qualcosa sia accaduto lì sotto – ad una profondità di 60/70 metri, secondo un report redatto da una coppia di giornaliste di Politico.eu – è confermato dalle diverse esplosioni che sono state rilevate da sismografi subacquei. Ma perché queste esplosioni si siano verificate, e cosa o chi le abbia potete provocare – in assenza di informazioni e indagini più precise – lascia il mondo con il fiato sospeso per il destino di quel asset strategico e fondamentale per il rifornimento di gas dell’Europa, mentre rischia di smarrirsi in un mare di congetture che partono tutte dallo stesso antico quesito: cui prodest?

Armi note e ricostruzioni plausibili

“Non ci sono prove concrete di un sabotaggio dietro alle perdite del gasdotto Nord Stream”, ha scritto su TheAvionist.com Tom Demerly (ex incursore paracadutista e sommozzatore dei Rangers americani), prima di elencare e catalogare una serie di sistemi d’arma che potrebbero essere stati impiegati per colpire a una profondità così esigua il gasdotto Nord Stream. Ricordando, inoltre, che molte di queste sono siano state utilizzate in passato per compiere azioni di sabotaggio in “circostanze simili”.

“Tale profondità ben alla portata della maggior parte delle armi subacquee tra cui mine, siluri, cariche di profondità e altri sistemi d’arma sotterranei, inclusi alcuni sistemi ad aria. Inoltre, la profondità rientra ampiamente nelle capacità di molti piccoli veicoli sommergibili con e senza pilota. E più praticamente se meno affascinante, una nave di superficie delle dimensioni di un peschereccio potrebbe fornire con precisione munizioni sotterranee abbastanza grandi da causare danni simili a quelli che vengono ora riportati sull’oleodotto Nord Stream”. Spiega senza giri di parole l’esperto sulla testata condotta da David Cenciotti.

In a tal proposito cita le armi di profondità come le mine di fabbricazione russa “MDM-1 mod.1 e MDM-2 mod.1” e la “mina da fondale MDM-3-mod.1”. Tutto munizionamento che potrebbe essere rilasciato su un obiettivo in profondità da unità navali o aeromobili appositamente dotati di porta-mine. Nulla di complesso dunque. Mine di cui – viene ricordato da un articolo di Lorenzo Tondo – sarebbe disseminato il tratto di Mar Nero che separa la Crimea annessa dai russi, dall’Ucraina dove si combatte la guerra che si può collegare direttamente o indirettamente con l’incidente – o sabotaggio – del gasdotto Nord Stream.

Altre ipotesi di sabotaggio, menzionate da H.I. Sutton, contemplerebbero esplosivi come le mine a tempo posizionate sopra i tubi tramite l’utilizzo di veicoli subacquei – mezzi compatibili e analoghi con quelli impiegati da diverse forze speciali, per fare un esempio gli SEAL Delivery Vehicle (SDV); esplosivi piazzati durante la fase di costruzione; esplosivi posizionati all’interno dei tubi utilizzando dei Pigs (mezzi per l’ispezione delle condutture, ndr) – entrambi scenari che vedrebbero sempre Mosca nel ruolo di mandante – ; e infine dei siluri. Opzione che trova gli analisti concordi nell’essere la meno probabile.

Tante possibilità, che non lasciano intanto il mistero di “chi” abbia però piazzato questi esplosivi. E non cancella le congetture che stanno girando in rete, spaziando dal plausibile al complotto fantasioso – quasi si tenesse davvero a poter trovare dentro un incidente il deliberato atto di sabotaggio che potrebbe diventare casus belli.

La Guerra Fredda in fondo ai mari: disastri e segreti

L’epica della guerra sottomarina nel lungo corso della Guerra Fredda ha lasciato spazio a fatti e fascinazioni che possono fornirci in effetti un punto di vista utile – per quanto non sufficiente – a dare un peso e una dimensione agli eventi. L’Unione Sovietica prima e la Federazione Russa poi, hanno sempre puntato alla supremazia tecnologia nel campo di battaglia celato dai flutti che animano la superficie. Mantenendo costante un dispendio di risorse ed energie in quella lunga “pericolosa partita a scacchi con il  nemico di sempre”, per rubare le parole al comandante Ramius in Caccia a Ottobre rosso.

Questa partita, dal pericolo di escalation nucleare scongiurata da Arkhipov a largo di Cuba, al disastro del Kursk e del Losharik, fino ai successi riportati dai “buchi neri” dell’Oceano – sottomarini a propulsione silenziosa a cui spesso la Nato ha dato la caccia per settimane senza successo – o alla realizzazione del temibile Progetto 09852 che ha portato all’operatività il Belgorod, sottomarino a propulsione nucleare lanciamissili superiore al classe Tifone e per le sue particolari capacità di impiegare droni subacquei (Uvv) -, conferma l’impegno e l’expertise che maturato dalle forze navali di Mosca nel campo di battaglia sottomarino; e sostiene in qualche modo la convinzione che se i russi avessero voluto compiere o simulare un sabotaggio “contro se stessi” per ragioni politiche e strategiche, ne avrebbero tutte le capacità.

“L’intero nuovo programma Belgorod e la sua interessante capacità proposta di “droni stealth” forniscono la prova che la Russia possiede una significativa guerra sottomarina che potrebbe essere capace di un ampio spettro di missioni, incluso il sabotaggio furtivo”, ricorda infatti Demerly nelle conclusioni del suo articolo. Non mancando le occasioni in cui cavi indispensabili per i Paesi che si affacciano sui mari del Nord sono stati “tranciati” da quelle che si è sospettato essere unità della marina russa coinvolte in azioni di disturbo.

L’ipotesi “alternativa” di menti pericolose

Il presunto sabotaggio del gasdotto Nord Stream, probabile sì, ma ancora impossibile da confermare, è fatto grave sul quale si possono concentrare malizie, o complottare, se non si può proprio farne a meno, in attesa di ricevere qualche informazione o disinformazione in più. Ma lasciare intendere che dietro all’accaduto possa celarsi la longa manus degli Stati Uniti, come se ci si trovasse davvero nella trama di un romanzo di spionaggio dai tratti distopici in stile i 7 giorni del Condor e non nella realtà, è un gioco molto pericoloso.

Immaginare una squadra di incursori sommozzatori dei Navy Seal che pinneggia fuori da un sottomarino per piazzare cento chili di tritolo su un gasdotto russo nel pieno di una crisi politica, militare, ed economica, è più grave di qualsiasi cessione di sistemi d’arma da perte della NATO per combattere i russi in Ucraina. Il suggerimento perciò, anche solo della disamina delle letture riguardanti fatti, analisi e ipotesi, è quello di mantenere sempre un rigoroso giudizio a tutti i livelli. Anche se nulla è mai come sembra, nella guerra di spionaggio e depistaggio dove tutto può rivelarsi essere il contrario di tutto.

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