La mobilitazione parziale annunciata da Vladimir Putin dovrebbe riguardare 300mila soldati russi. La chiamata alle armi dei nuovi coscritti sarà teoricamente indirizzata soltanto a cittadini che abbiano già avuto una precedente esperienza militare e che siano in possesso di specifici requisiti. Mosca ha un bacino immenso dal quale attingere (circa 25milioni di persone) e, almeno in teoria, non dovrebbe incontrare ostacoli nel raccogliere forze fresche da inviare in Ucraina. Ci sono tuttavia degli aspetti da considerare. Il primo fra tutti: il fattore tempo.

L’attuale mobilitazione, infatti, non avrà esiti immediati sulla cosiddetta “operazione militare speciale”. E questo perché i soldati richiamati, prima di poter essere schierati al fronte, dovranno completare un periodo di addestramento, da quantificare in base alla loro esperienza. A dire il vero l’opzione della mobilitazione era stata presa in considerazione dal governo russo a marzo, salvo però rimandarne l’attuazione fino alla seconda metà di settembre. Soltanto in seguito alla controffensiva ucraina a Kharkiv, la Russia si è decisa a fare il primo grande passo. Ebbene, nel caso in cui Putin avesse preso questa decisione all’inizio di maggio, sostengono gli analisti dell’istituto britannico Rusi, oggi il leader russo potrebbe contare sulle nuove unità pronte all’uso. Così non è stato e, dunque, l’effetto più immediato della mobilitazione rischia di ridursi ad un gran numero di militari, scarsamente addestrati, arruolati soltanto per mantenere le proporzioni dei numeri.

Sull’asse di Kiev, a marzo, i russi avevano un vantaggio di 12:1 nel rapporto di forza contro l’Ucraina. A Severodonetsk, Mosca si è dovuta accontentare di un più ridimensionato vantaggio di 7:1. Le unità del Cremlino erano tuttavia ancora in grado di fare progressi affidandosi ad un massiccio supporto di artiglieria. Al momento, invece, l’uso dei cannoni è “oscurato” dalla minaccia da parte del GMLRS. Di conseguenza, i nuovi arrivati, non potendo contare sul contributo dell’artiglieria, difficilmente saranno in grado di offrire capacità offensive significative. Potranno però svolgere un ruolo di primo piano nello stabilizzare le linee difensive russe, aumentando il livello di risorse che Kiev dovrà impiegare.



Rinforzi effettivi o carne da cannone?

Per assumere le reclute, trasformarle in unità dotate di un adeguato livello di addestramento di base e, al contempo, rinnovare il vecchio equipaggiamento creando una catena di comando, serviranno mesi. È plausibile aspettarsi la creazione di nuove formazioni per febbraio. Come se non bastasse, non è da escludere che i primi soldati schierati al fronte possano essere muniti di un assortimento di armi più vecchie. L’efficienza della mobilitazione parziale potrebbe insomma rivelarsi più bassa del previsto. O meglio: potrebbe, se non cambiare direttamente le sorti della guerra, almeno sfiancare gli ucraini in un logoramento perpetuo fino a che Mosca non sarà (se mai lo sarà) di nuovo pronta all’azione.

“La mia sensazione istintiva è che a Putin non importi davvero della qualità inferiore delle nuove truppe che vengono assemblate. Ritengo che l’obiettivo generale di questo sia quello di far esaurire le munizioni all’Ucraina prima che la Russia esaurisca i suoi soldati”, ha dichiarato a DW Gustav Gressel, senior policy fellow presso l’European Council on Foreign Relations. Il punto è che, nel breve e brevissimo periodo, le reclute sfideranno quotidianamente la morte.

La Russia ha bisogno di uomini da spedire in Ucraina, dove il suo esercito ha subito perdite piuttosto rilevanti. Stando a quanto riferito dal ministro della Difesa russo, Sergei Shoigu, dei 120-150mila militari ammassati ai confini prima del conflitto, solo 5.937 sarebbero andati incontro alla morte. Gli esperti sostengono tuttavia che queste cifre siano sottostimate e che, in prima linea, sarebbero morti da 20 a 30mila soldati russi. Il Pentagono afferma invece che in sette mesi di combattimenti sarebbero stati messi fuori gioco da 70 a 80mila russi, tra gli uccisi, i feriti e i dispersi.



Fratture sociali

Al netto della tempistica, dell’eventuale impreparazione dei soldati, e dell’elevata possibilità che in Ucraina molti di loro possano andare incontro alla morte, bisogna ragionare su un altro aspetto. A detta di Gressel, le autorità russe “stanno reclutando nelle campagne e reclutando tra le minoranze, arruolandole con forza, cercando di risparmiare Mosca, San Pietroburgo e i centri urbani più grandi. Non solo perché queste sono le élite e i loro stessi figli, ma anche perché sono, nella mente di Putin, persone più preziose di altre. Quindi la sensazione che saranno usati tutti come carne da cannone è probabilmente corretta”.

Le minoranze etniche russe – molte delle quali vivono lontano dai principali centri di potere di Mosca e San Pietroburgo – rimangono l’oggetto primario degli sforzi di mobilitazione. In particolare, ha scritto The Conversation, i Buriati dell’Estremo Oriente russo e il Daghestan del Caucaso sarebbero stati presi di mira in modo sproporzionato.

Nel frattempo, Putin continua a isolare le élite urbane (che, per inciso, potrebbero causargli i maggiori problemi qualora si opponessero radicalmente alla guerra). Tra le altre cose, coloro che studiano nelle università statali russe, i figli privilegiati della “nomenklatura”, nonché la spina dorsale della prossima generazione di burocrati, sono esentati dalla mobilitazione.

Al contrario, pare che in alcuni distretti le autorità operino nell’ambito di un sistema di quote, con la polizia che vagherebbe nei luoghi pubblici per “richiamare” i passanti, comprese le persone con più di 60 anni e quelle con problemi di salute cronici. In altre città, chi ha manifestato contro la guerra sarebbe stato arrestato e arruolato nell’esercito.

Tenendo presente che circa il 60-70% della capacità convenzionale totale delle forze armate russe si trova in Ucraina, e che molti dei rinforzi potrebbero non rivelarsi adeguatamente efficienti, la ricetta del Cremlino potrebbe portare la Russia verso il disastro militare.

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