Gli ultimi mesi, che hanno portato al famigerato 24 febbraio scorso, hanno costituito un lungo stallo alla messicana tra Russia, Ucraina e Paesi occidentali. Anzi, fino all’ultimo, si è sperato che minacce e contro minacce trascinassero talmente tanto la situazione sull’orlo del baratro da risolversi in una de-escalation come a Cuba nel 1962.

L’errore di valutazione russo

Le cose, però, sono andate diversamente. All’indomani dell’invasione dell’Ucraina, tuttavia, c’è chi era ancora pronto a scommettere che quella russa sarebbe stata una blitzkrieg, un colpo di scena che avrebbe “risolto” la questione nel giro di poco tempo, magari limitandosi alle province reclamate, obiettivo tenuto in caldo e sotto scacco dal 2014. Le cose sono andate diversamente anche in questo caso. Il conflitto si è esteso a tutta l’Ucraina e da mera difesa dello status quo in Crimea e Donbass si è trasformata in invasione e occupazione.

Anche qui, però, la storia ha preso una piega diversa: erano numerosi, infatti, gli scenari che Mosca non poteva prevedere. La resistenza ucraina, la compattezza occidentale, il dissenso in Russia, le sanzioni e il boicottaggio internazionale. La lentezza dell’avanzata delle truppe di Mosca, tuttavia, è apparsa da subito complessa da interpretare: il morale degli ucraini non può essere l’unica ragione che sta frenando l’”operazione speciale” di Putin. Valutare questa lentezza da un solo punto di vista sarebbe un grande errore di valutazione, occorre dunque comprendere il caleidoscopio di ragioni per le quali l’Armata Rossa non riesce a sfondare.

Il rischio era tutt’altro che calcolato: i generali di Putin hanno evidentemente sovrastimato la propria capacità sul campo in un contesto che non è quello ceceno, georgiano o siriano, tantomeno quello dell’intervento chirurgico “lampo”. All’inizio dell’invasione, le stime collocavano le forze russe in circa 120 gruppi tattici di battaglione, ciascuno con 10 carri armati, 30 mezzi corazzati per il trasporto di personale e un’ampia gamma di artiglieria. Queste forze di terra sono state ulteriormente potenziate dal supporto aereo, navale e informatico. Questa è però la ricetta che sarebbe bastata per una guerra lampo, appunto, quella che picchia il nemico e non gli dà il tempo di rialzare la testa.

Errori russi, astuzie ucraine

La Russia, invece, complice la vetustà delle proprie tecnologie (molte delle quali analogiche) e l’impreparazione di un gran numero di suoi soldati (tanti giovani che si sono arresi senza colpo ferire o che non avevano nemmeno compreso dove fossero diretti), si è andata impantanando. Per alcuni aspetti, questo conflitto ha assunto le sembianze di una guerra vecchio stile a base di corazzati e blindati, più adatti alle battaglie delle grandi pianure nella Seconda guerra mondiale, ma non in questo caso. In Ucraina una guerriglia organizzata (che si preparava dal 2014, non dal febbraio 2022) combinata con le forze regolari ha in suo possesso mezzi di difesa importanti (come gli Stinger o Javelin) che permettono a due o tre uomini di distruggere potenzialmente anche una decina di carri armati. Questo aspetto tecnico è una delle ragioni della stasi di questo momento.

Molto poco ancora si sa, invece, dell’umore all’interno delle forze militari russe: quanto i soldati di leva reclutati nel primo momento (prima che Putin “promettesse” di non mandarne) sapessero circa le operazioni; quanto i militari fossero male equipaggiati (ha destato scalpore il caso delle razioni alimentari scadute nel 2015); che impatto ha avuto la perdita (non confermata da Mosca) di un folto numero di generali; ma soprattutto se i rilievi fatti su numerosi mezzi, soprattutto carri armati, siano davvero la prova di autosabotaggi.

Dal canto loro, le forze ucraine non hanno compiuto l’errore di dedicarsi ossessivamente alla distruzione dei carri nemici, limitandosi ad attaccare le colonne corazzate fisse. Nel frattempo, i russi hanno iniziato a soffrire della mancanza di carburante. Le forze di Kiev hanno spostato la loro attenzione verso obiettivi più ambiti: i sistemi di difesa e i nodi di comando russi, nonché le colonne di veicoli di rifornimento, mezzi non corazzati e, dunque più difficili da distruggere.

Evitare la guerra urbana a Kiev

Nelle prime settimane del conflitto, di fronte alla palese mancanza di un successo strabiliante da parte delle forze di Putin, si era fatta strada un’altra ipotesi di fronte alle truppe russe che avanzavano all’infinito senza mai riuscire a sfondare a Kiev: respinta la narrativa secondo cui l’invasione fosse inciampata. Più probabile, invece, che la campagna fosse stata progettata precipuamente per evitare la guerra urbana per non cadere nell’immagine dello spargimento di sangue, costosa, sfiancante e controproducente.

In queste ore, mentre l’assedio su Sumy, Kharkiv, Mariupol, e Kherson prosegue, anche l’Ovest del Paese viene trascinato nel conflitto. Numerosi i bombardamenti hanno interessato Lutsk, Rivne, Zhytomir: Leopoli, nella quale per giorni è andata avanti una apparente e kafkiana normalità ora si muove al ritmo delle sirene di allarme aereo. Ma è proprio nella capitale Kiev che la drôle de guerre sembra invertire il passo: i russi avrebbero rinunciato a prenderla, come testimonierebbe il parziale ritiro dalle aree attorno la capitale rilevato dalle forze ucraine. Nelle scorse notti sono stati bombardati ben 30 luoghi attorno alla capitale: secondo il ministero della Difesa ucraino i russi non andranno via del tutto e continueranno a scavare trincee stringendosi attorno a Cernihiv: qui 150mila persone bloccate come a Mariupol con corrente elettrica e acqua che iniziano a scarseggiare.

I combattimenti continuano, invece, a infuriare su Brovary (a est) e Makariv (a ovest): un segno questo, al volgere del secondo mese di invasione, di come i russi sembrano aver davvero rimodulato le loro strategie, allontanandosi da più fronti, concentrando i loro sforzi sulla “liberazione” del Donbass, consolidando l’attacco su una singola regione. Sarebbe stato raggiunto il culmine, quel punto che von Clausewitz indicò come il momento in cui un esercito fiaccato dalla fatica, dalle perdite e dai rifornimenti che mancano, sceglie di smettere di avanzare.

La strategia per sfinire la capitale

La stasi nei negoziati e quella attorno alla capitale, alimenta una triste memoria di guerra: Kiev, la capitale, verrà presa per sfinimento? E il presidente Zelensky? La notte del 20 marzo, un centro commerciale alla periferia di Kiev è stato colpito da un attacco missilistico russo, uccidendo almeno otto persone. La Russia è stata accusata di aver preso di mira le infrastrutture civili – condomini, scuole e ospedali – durante la sua offensiva in Ucraina. Nelle ultime settimane, le immagini della guerra in Ucraina mostrano attacchi ai supermercati, sollevando preoccupazioni sul fatto che la Russia stia prendendo di mira tali siti per tagliare le forniture alimentari agli ucraini, già colpiti dalla carenza di cibo. Questo non è l’unico supermercato ad essere stato distrutto dai bombardamenti russi. Un negozio di alimentari a Myla, a circa 20 km a ovest del centro di Kiev, è stato danneggiato, come mostrato dalle immagini satellitari.

La carenza di medicinali che impera in tutto il Paese, ha raggiunto anche Kiev. Le lunghe file in farmacia per farmaci essenziali come l’insulina – e persino l’aspirina – sono diventate la norma poiché le spedizioni da fuori città sono state interrotte a causa dell’avanzata dell’esercito russo. Nella capitale inizia anche a mancare l’acqua potabile: secondo fonti ucraine gli abitanti della capitale avrebbero iniziato a dover far ricorso ad acqua di scarico: nei rifugi, poi, inizierebbe a scarseggiare l’igiene con tutte le conseguenze sanitarie del caso. Il governatore dell’Oblast di Kiev Oleksandr Pavliuk ha lanciato in queste ore l’allarme sui dintorni: Slavutych, Makariv, Dymir e Ivankiv, sono ormai senza acqua, gas, elettricità e comunicazioni. Le autorità della città avevano annunciato il 14 marzo scorso di avere scorte sufficienti per sopravvivere altre due settimane: il conto alla rovescia dell’autonomia sta per terminare.

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