Una strana guerra che ci catapulta nel Terzo Millennio. Simile a nessun’altra precedente, se non fosse per la paura e per le strade insozzate di sangue di innocenti. Il conflitto in Ucraina è una live costante che passa per i social network come una diretta continua di un reality distopico. Attraverso i social passano immagini postate dagli stessi protagonisti che, a mezzo smartphone e connessioni precarie, documentano, chiedono aiuto, esorcizzano la paura. Il racconto in diretta rende superati reporter, inviati, staffette, documenti, racconti. Dall’altro lato il web è protagonista oscuro. La guerra d’informazione del Cremlino procede di pari passo all’escalation militare in corso. Il flusso di disinformazione va avanti da mesi al fine di screditare l’Ucraina come Paese e come società. C’è poi chi, come il collettivo Anonymous, la rete senza volto di smanettoni “buoni”, che decide di dichiarare guerra a Putin sabotandone i siti governativi. Sembra di essere dentro Hunger Games e invece è “solo” l’inizio del 2022.

Un conflitto in onda

Papà, mamma, vi amo”. Ha fatto il giro del mondo il video di un giovane soldato ucraino che va alla guerra. Un “Piero” 3.0 che non lascia dietro di sé una foto in bianco e nero, immobile accanto ad una colonna e che tantomeno scriverà dal fronte lettere che arriveranno dopo settimane. Porta il suo mondo in guerra con sé, e scandirà la guerra con le notizie da casa. Fino a quando quel telefono trasmetterà, sarà una buona notizia. I social network arrivano nei rifugi, mentre le bombe squarciano il cielo e portano anche noi dalle “tiepide case” al teatro di guerra. Gli obiettivi dei benedetti/maledetti cellulari immortalano sguardi, carri armati, documentano la vita e la morte. Ed è sui social che i leader si lanciano appelli, botta e risposta. Fino all’espressione paradigmatica di questo cambio di passo: il presidente ucraino Zelensky non abbandona mai il suo telefono ed è questo il suo scettro in queste ore; da qui scrive sui social, si riprende per testimoniare di essere vivo, incita gli ucraini a resistere attraverso videomessaggi, guida l’esercito: il web è parte integrante della sua mitopoiesi che mescola guasconeria, coraggio e dramma. Ma i social sono anche la bestia nera di Mosca, in questo momento: Facebook ha vietato a tutti i media statali russi di sponsorizzare e di monetizzare con i loro contenuti, mentre Mosca ha bloccato l’accesso a Twitter sul territorio russo. Il web diventa un fronte vero e proprio dove si scontrano la verità, la menzogna e la postverità, ove si generano fake news e le corrispondenti smentite con velocità fulminea. Facebook ha incominciato a etichettare i contenuti di quattro media russi come possibili fonti di informazioni fuorvianti, scatenando l’ira di Putin che chiede la cancellazione di queste etichettature. Bacheche, foto profilo, stories e reel si fanno strumento della guerra, per fomentarla, per documentarla, per ribellarsi.

La cyberwar è già qui

Parallelamente a un’invasione, i cyberattacchi mettono le ganasce ad un sistema straniero. Il 2021 ci aveva silentemente abituato a questo nuovo tipo di attacchi poiché il numero e la loro gravità media hanno toccato livelli mai raggiunti in precedenza in Italia e all’estero. Un esempio eclatante quello ai danni della Colonial Pipeline negli Stati Uniti che nel maggio scorso ha svelato, per la prima volta, come gli hacker possano mandare in tilt il funzionamento di un sistema-Paese: bloccata la più importante rete di oleodotti statunitensi, forniture interrotte, il presidente Biden costretto, in piena pandemia, a dichiarare lo stato di emergenza. La potenza dell’attacco, a fini prevalentemente estorsivi, aveva aperto un enorme punto interrogativo sul futuro. Giovedì, nel giorno in cui Mosca ha attaccato l’Ucraina, il Consiglio europeo, oltre a condannare l’invasione, ha chiesto “alla Russia e alle formazioni sostenute dalla Russia di cessare campagne di disinformazione e cyber-attacchi”, sancendo l’inizio di una nuova era.

Questa però non è interamente una cyberwar. La battaglia web e social a colpi di informazioni manomesse e distorte è il lato info di questa war ma di per sé non è altro che falsa informazione vecchio stile veicolata con altri metodi. Diversi sono i cyberattacchi che negli ultimi giorni sono riconducibili a Mosca. Secondo gli esperti del Washington Post nei prossimi giorni gli attacchi informatici si intensificheranno per due fattori principali: come risposta alle sanzioni occidentali; come strumento a supporto tattico delle operazioni militari sul campo. Confermata, dunque, la veste di guerra ibrida che il conflitto ucraino va assumendo. Per quanto riguarda il primo punto, secondo il quotidiano, nelle prossime ore “con molta probabilità si assisterà all’intensificarsi dell’utilizzo delle capacità informatiche offensive con attacchi informatici come rappresaglia in risposta contro le sanzioni imposte alla Russia”. Nemmeno l’Italia può dirsi al sicuro: in allerta soprattutto il settore energetico, sul quale gli attacchi potrebbero essere più probabili e potenzialmente più dannosi.

Il 22 febbraio gli specialisti di Unit 42, il gruppo di ricerca specializzato in cyber minacce di Palo Alto, segnalavano “un incremento significativo dei cyberattacchi”, registrato già nei precedenti nove giorni. A partire dalla metà di febbraio, una serie di attacchi Ddos (quelli che bloccano reti e infrastrutture) ha colpito sia il governo che gli istituti bancari ucraini. Il 23 febbraio, le organizzazioni americane (Cisa, Fbi, National Security Agency) e il britannico National cyber security centre (Ncsc) hanno segnalato la diffusione di Cyclops Blink, un malware distribuito sfruttando un aggiornamento del noto antivirus WatchGuard. Le agenzie hanno ricondotto il malware a Sandworm, nota organizzazione di cybercriminali legata al governo russo: un team al quale avrebbero aderito vari ufficiali militari del Gru (Direzione principale dell’intelligence russa). Si tratta dello stesso gruppo responsabile degli attacchi contro l’Ucraina del 2015 e del 2017 tramite il ransomware Petya.

Anonymous e la “guerra buona”

In queste ore gli hacktivisti del celebre gruppo nascosto dietro la maschera di Guy Fawkes ne mettono a segno una dietro l’altra. Con un lungo video-messaggio, il movimento di hacker internazionali ha dichiarato “guerra” al presidente Putin dopo l’invasione delle truppe russe in Ucraina attraverso un’operazione denominata “OpRussia – Defend Ukraine”. Nel video, il collettivo chiede di unirsi alla cyberguerra, in nome della difesa dei diritti umani.

Nella giornata di sabato, il gruppo di hacker ha reso a lungo inaccessibile il sito del Cremlino e del ministero della Difesa, oltre a quello dell’emittente russa RT – il primo canale di notizie russo in lingua inglese. Sempre nella giornata di sabato, dopo che Putin ha ordinato una maggior censura su cosa era possibile mostrare in TV, Anonymous ha hackerato le reti televisive mandando in onda un montaggio della guerra in corso. In sottofondo una canzone russa di Monatyk, che ha partecipato all’edizione dell’Eurovision Song Contest nel 2017. Poi ancora, un sito della rete di controllo del gas russo, all’interno della sua offensiva contro la Russia e in difesa dell’Ucraina. Si tratta del Russian Linux terminal di Nogir, nel nord dell’Ossezia. “Abbiamo cambiato i dati e alzato così tanto la pressione del gas da causare quasi un incendio”, si legge in un tweet dei pirati informatici. “Ma così non è stato – si aggiunge – per la rapida azione di un responsabile”. Come collettivo Anonymous si propone di aiutare a fornire informazioni valide al popolo russo sulle “folli” azioni di Putin, provando anche ad aiutare le persone dell’Ucraina fornendo pacchetti di assistenza, cercando di mantenere aperti i canali di comunicazione e aiutare ad offuscare le loro comunicazioni da “occhi indiscreti.”

Sulle prime, le operazioni di disturbo degli hacker più famosi al mondo ha suscitato supporto incondizionato e un moto di simpatia collettivo. Ma sono molti i dubbi che aleggiano attorno ad organizzazione di “giustizieri del web” così misteriosa e pure così potente.  Quanti sono gli hacker del collettivo? Come si organizzano? È davvero tutta opera loro la sequela di azioni di disturbo in Russia? È possibile che dietro di loro ci possa essere uno Stato che si nasconde per evitare l’escalation? In questa fase in stile “La regola della sospetto” tutte le ipotesi sono plausibili.

Il collettivo è nato ufficialmente nel 2003 quando per la prima volta comparvero in maniera anonima immagini e contenuti su “4Chan”, un sito web imageboard in lingua inglese fondato da Christopher Poole nel 2003, sul modello del sito giapponese “2channel”. Fin dal principio Anonymous ha dichiarato di essere “un’idea, è una bandiera che raduna chi vuole giustizia e gli onesti nel mondo”. Tra le loro imprese più recenti le minacce a Elon Musk, accusando il miliardario di influenzare eccessivamente le criptovalute attraverso i suoi messaggi sui social; e poi ancora l’attacco alla chiesa di Scientology nel 2008, contro Visa e Mastercard nel 2010 e l’operazione KKK nel 2015, quando vennero rese pubbliche le identità di oltre 1.000 membri del Ku Klux Klan.

 

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.