Guerra /

L’omicidio di Qasem Soleimani rimane una ferita ancora aperta per la guida suprema iraniana, Ali Khamenei, e per i Pasdaran fedeli all’ex comandante delle forze Quds. Il militare iraniano, colui che era considerato l’artefice della strategia di Teheran in Medio Oriente, fu ucciso il 3 gennaio del 2020 da un drone americano mentre era nella capitale dell’Iraq, Baghdad. Un gesto eclatante, violento, ordinato dallo stesso presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che voleva inviare un messaggio netto nei confronti dell’Iran dopo avere tolto Washington dall’accordo sul programma nucleare. Soleimani rappresentava lo stratega che aveva immaginato, e in larga parte creato, la cosiddetta Mezzaluna sciita, quel sistema di alleanze che collegava Teheran al Mediterraneo passando per Iraq, Siria e Libano e con legami che includevano anche i territori palestinesi e lo Yemen. Una rete di interventi armati, alleati e proxies che ha incastonato l’influenza iraniana in tutto il Medio Oriente e che si è palesata agli occhi del mondo quando la guerra in Siria ha visto l’intervento dei Pasdaran a sostegno di Bashar al Assad e la successiva guerra ombra promossa da Israele contro i guardiani della Rivoluzione che si avvicinavano ai propri confini.

L’assassinio di Soleimani, e insieme a lui quella di Abu Mahdi al-Muhandis, esponente delle forze di mobilitazione popolare irachene, ha colpito profondamente i piani di Teheran e di Khamenei. E quella morte, accolta con rabbia da parte di una grande parte della cittadinanza iraniana e con funerali che hanno visto sfilare una folla oceanica, si è tramutata immediatamente in un simbolo. Trump non era più un avversario a capo di un nemico, ma il nemico stesso. E Soleimani, che entrava immediatamente nel sistema dei martiri della Repubblica islamica, un personaggio che avrebbe dovuto essere vendicato, prima ancora che ricordato. Un’immagine che è diventata naturalmente anche strumento di propaganda. In un momento in cui l’Iran si trovava assediato politicamente ed economicamente dalle sanzioni e dalle pressioni internazionali, la morte violenta e di Soleimani è stata utile a ricompattare un Paese lacerato e a ricordare alla popolazione i motivi di quella guerra ormai eterna a un nemico ideologico oltre che strategico.

È da queste premesse, che si uniscono al secondo anniversario dell’uccisione di Soleimani e di al-Muhandis, che nasce un video apparso sul sito della Guida Suprema e che ha scioccato gran parte degli osservatori. Un’animazione propagandistica certo, ma che ha consegnato un’immagine macabra: la morte di Trump. Il video, dall’eloquente titolo “La vendetta è inevitabile” mostra come potrebbe avvenire l’assassinio di Trump mentre gioca a golf nella sua residenza di Mar-a-Lago, a Palm Beach. Il presidente si trova in Florida mentre gioca a golf sotto una sventolante bandiera a stelle e strisce. L’ex presidente repubblicano indossa il suo tipico cappello con visiera e la scritta “Maga”, lo slogan della sua campagna elettorale. Nel frattempo, un veicolo pilotato da remoto, estremamente piccolo, inizia a muovere le sue quattro ruote e una telecamera posta sopra di esso. Le immagini della telecamera del veicolo arrivano direttamente in un comando iraniano, in cui un operatore di droni osserva lo schermo e controlla dove è Trump e chi è con lui. Il militare iraniano controlla la situazione, vede che la telecamera inquadra l’ex presidente, infine invia un messaggio al cellulare di Trump e di Mike Pompeo, allora segretario di Stato. Il testo del messaggio che arriva ai due telefoni è l’avvertimento finale: “L’assassino di Soleimani e colui che ha dato l’ordine pagheranno il prezzo”. Nel momento in cui l’ex commander in chief e il suo segretario di Stato leggono il messaggio, l’operatore ha vicino a sé il ritratto di Soleimani, mentre l’ombra triangolare di un drone vola sul presidente e tutto si conclude con una scritta: “La vendetta è inevitabile”.

Come spiegato dal sito israeliano The Times of Israel, la clip nasce da una serie di iniziative di propaganda per celebrare il ricordo di Soelimani e per mostrare l’ira nei confronti del presidente degli Stati Uniti. Il fatto che sia apparso sul sito della Guida Suprema conferma che è un’animazione apprezzata dagli alti vertici dell’Iran, ma è anche un segnale di come alcuni segmenti della Repubblica islamica non abbiano dimenticato quanto accaduto a Baghdad nel gennaio del 2020. E non hanno dimenticato soprattutto l’autore, Trump, vero nemico dello Stato profondo iraniano. In un comunicato apparso insieme al video si legge: “Il martire Soleimani è perenne, egli è per sempre vivo. Coloro che lo hanno martirizzato – Trump e i suoi simili – sono nella pattumiera della storia e saranno sepolti dopo aver pagato il prezzo”.

La scelta di mostrare lui e non una qualsiasi personalità americana attualmente al potere in questo momento confermerebbe però anche un altro obiettivo dei Pasdaran: quello di individuare un avversario specifico che sia destinatario di una vendetta personale, non generalizzata. Lettura che può far pensare anche a una scelta che eviti incomprensioni con gli Stati Uniti mentre faticano a decollare i negoziati sul programma nucleare. Propaganda sì, ma senza irrigidire l’attuale inquilino della Casa Bianca.

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