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Il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti è al lavoro per creare un comando, basato in Germania, che avrà il compito di coordinare gli aiuti militari e l’addestramento dei soldati ucraini, secondo quanto pubblicato giovedì 29 dalla stampa di oltre Atlantico.

Citando fonti anonime del governo Usa, il New York Times ha indicato che il nuovo comando sarà istituito nella città di Wiesbaden sotto la supervisione del generale responsabile del comando europeo degli Stati Uniti, Christopher Cavoli.

La Casa Bianca ha recentemente annunciato che invierà un nuovo pacchetto di aiuti militari all’Ucraina, del valore di 1,1 miliardi di dollari, composto da armi ed equipaggiamento militare che include 18 nuovi Mlrs (Multiple Lauch Rocket System) tipo M-142 Himars (portandone il numero complessivo a 34), oltre a centinaia di veicoli blindati, radar e sistemi antidrone. Questa decisione, oltre a razionalizzare e aumentare l’efficacia del sostegno militare a Kiev, dimostra che al Pentagono ritengono che il conflitto sarà ancora lungo, forse proprio per via dell’esito della controffensiva nella regione di Kharkiv e dei recenti sviluppi nel Donbass, dove le forze ucraine stanno per chiudere in una sacca le truppe russe a Lyman. Pertanto, come affermato più volte nel corso della guerra, Washington prevede di continuare a sostenere attivamente – e in modo più ampio – l’Ucraina nel suo sforzo di combattere l’invasione russa.

Quanto riferito è solo un piccolo ulteriore gradino di un’escalation che aumenta costantemente in Europa Occidentale. Restando in Germania, lunedì Berlino ha istituito un nuovo comando militare per rafforzare le capacità di difesa del Paese e facilitare il dispiegamento interno di truppe in situazioni di crisi. Il Comando per le operazioni territoriali della Bundeswehr è stato attivato nella capitale e permetterà, secondo gli ufficiali tedeschi, di accelerare i processi decisionali, combinando e coordinando le strutture di comando e controllo delle forze armate tedesche. La nuova struttura si occuperà anche del supporto alle nazioni partner durante il loro dispiegamento, in stretto coordinamento con i comandi della Nato.

Nel Regno Unito, da tempo, si stanno prendendo misure atte a migliorare le capacità di sopravvivenza degli assetti militari: gli aeroporti civili britannici si stanno preparando ad ospitare aerei da combattimento per la prima volta dalla Seconda Guerra Mondiale. Il concetto, che prende il nome di Agile Combat Employment (Ace), è di disperdere i velivoli dagli aeroporti di stanza in modo da garantirne la sopravvivenza in caso di attacco, ed è in esercizio da più di un anno. Concepito principalmente per essere utilizzato in potenziali hotspot in tutto il mondo, come l’Indo-Pacifico, il Medio Oriente o lungo i fianchi orientali della Nato in Europa, è stato introdotto in forma “casalinga” a seguito dell’invasione russa dell’Ucraina.

Passando alle nostre latitudini, nel decreto Aiuti bis del 14 settembre, all’articolo 37, si legge che il Presidente del Consiglio dei ministri può autorizzare l’adozione di misure di intelligence di contrasto in ambito cibernetico, in caso di crisi o emergenza, anche con la cooperazione del Ministero della Difesa. Le misure sono attuate dall’Agenzia Informazioni e Sicurezza Esterna (Aise) e dall’Agenzia Informazioni e Sicurezza Interna (Aisi), con il coordinamento del Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza (Dis). Sostanzialmente, quindi, il governo (uscente) ha autorizzato il ricorso ad attacchi cyber in caso di impellente necessità: del resto la guerra moderna non utilizza più solo carri armati, caccia e sottomarini, ma anche risorse telematiche che la tingono di “grigio”, in quanto trattasi di azioni non propriamente belliche ma comunque aggressive e potenzialmente devastanti, tanto che perfino la Russia, nel 2020, ha cambiato la sua dottrina di impiego degli armamenti nucleari prevedendone l’utilizzo in caso di un non meglio precisato attacco a installazioni militari o sistemi critici per lo Stato.

Sempre dagli Stati Uniti ci giungono segnali di una lenta ma crescente escalation: dapprima l’invio di missili antiradiazioni Agm-88 Harm, che sono stati usati dai MiG-29 e Su-27 ucraini, poi l’apertura verso la possibilità di fornire Mbt (Main Battle Tank) all’esercito ucraino, che viene definita dallo stesso Pentagono essere “sul tavolo”. Senza considerare che il Congresso statunitense ha dimostrato di sostenere il possibile invio di missili a lungo raggio Atacms per gli Himars ceduti all’Ucraina, ma da questo punto di vista è la Casa Bianca a frenare, temendo un punto di non ritorno nell’escalation.

Restando oltre Atlantico, sappiamo anche che Volodymyr Havrylov, viceministro della difesa per gli armamenti dell’Ucraina, è stato in viaggio negli Stati Uniti per incontrarsi con diverse aziende del settore e stringere i legami transatlantici per assicurarsi forniture di armamenti moderni in modo continuativo. Proprio dall’Ucraina arriva la notizia che Ukroboronprom, il consorzio delle industrie della difesa nazionali, sta costruendo una fabbrica di munizioni insieme a un non meglio specificato paese membro della Nato. Munizioni che, come abbiamo più volte sottolineato, cominciano a scarseggiare in quanto i depositi occidentali si stanno rapidamente svuotando e i relativi Paesi non intendono privarsi del proprio potenziale bellico per sostenere Kiev.

Questo è solo quanto accaduto negli ultimi 60 giorni “da questa parte” della nuova Cortina di Ferro che è calata in Europa, ma se andiamo a guardare ai mesi passati possiamo notare che l’aggressione russa ha avuto il risultato, quasi immediato, di far aumentare la presenza fisica delle forze dell’Alleanza lungo il fronte orientale: proprio quello che il presidente Vladimir Putin ha sempre detto di voler evitare.

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