Durante un conflitto la propaganda di guerra impone ai belligeranti di ridimensionare le proprie perdite e di esasperare quelle del nemico. Che siano democrazie liberali o dittature il procedimento è sempre lo stesso, se pur effettuato con accorgimenti diversi: da quando esiste la stampa questa viene in qualche modo “piegata” alle esigenze governative di mantenere alto il morale della popolazione.

Ecco perché durante il conflitto che sta imperversando in Ucraina da quasi un mese, il numero dei rispettivi caduti e feriti comunicato da ambo le parti può discostarsi, anche di molto, dalla realtà, e lo stesso discorso è valido per i mezzi perduti o per quelli messi fuori combattimento al nemico.

Nella giornata di ieri, però, questa cortina fumogena imposta dagli eventi bellici, per un attimo è sembrata sollevarsi quando un quotidiano russo, legato al Cremlino, ha pubblicato un articolo in cui si diffondeva un comunicato del ministero della Difesa di Mosca dove, oltre al rapporto delle operazioni di guerra, si è rivelata l’entità delle perdite umane russe con la finalità di smentire quelle abnormi comunicate da Kiev.



La Komsomolskaya Pravda, un tabloid che durante il periodo sovietico era l’organo ufficiale di comunicazione del Komsomol, il partito comunista giovanile dell’URSS, ha infatti affermato il 20 marzo che “secondo le stime preliminari dello Stato maggiore delle forze armate ucraine, dall’inizio dell’operazione militare speciale in Ucraina al 20 marzo, le forze armate della RF (Federazione Russa n.d.r.) hanno perso 96 aerei, 118 elicotteri e 14,7 mila militari” e invece Mosca smentisce tramite le parole del ministero della Difesa che “confuta le informazioni dello Stato maggiore ucraino sulle presunte perdite su larga scala delle forze armate RF in Ucraina. Secondo il ministero della Difesa della Federazione Russa, durante l’operazione speciale in Ucraina, le forze armate russe hanno perso 9861 persone uccise, 16153 persone sono rimaste ferite”.

L’articolo, come già accennato, riporta anche l’andamento delle operazioni usando le parole del generale Igor Konashenkov, portavoce del ministero della Difesa russo, che afferma che “le unità delle forze armate russe stanno completando la sconfitta del battaglione nazionalista ‘Donbass’ “, aggiungendo che durante la giornata le forze armate russe sono avanzate di 12 chilometri e, insieme alle unità della DPR (Repubblica Popolare di Donetsk n.d.r.), hanno bloccato l’insediamento di Sladkoe da tre lati. Viene anche detto che due carri armati, tre veicoli da combattimento di fanteria, sei pezzi di artiglieria da campo e mortai, nonché circa 60 militanti di una formazione nazionalista ucraina sono stati eliminati. Il comunicato prosegue affermando che “ora c’è una battaglia per la cattura degli insediamenti di Sladkoe, Novoukrainka e Shakhtarskoe con i resti di militanti e unità della 54a brigata meccanizzata separata delle truppe ucraine”, e secondo il portavoce del ministero della Difesa, domenica 20 marzo sono state colpite 89 strutture militari ucraine, inclusi posti di comando, installazioni di sistemi di lancio multiplo, armi di artiglieria, depositi di armi e munizioni e luoghi in cui era concentrato equipaggiamento militare, mentre sette droni ucraini sono stati abbattuti in aria.


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Mosca, quindi, avrebbe perso quasi 10mila uomini in meno di un mese di guerra, senza considerare i feriti e quelli fatti prigionieri. Possiamo quindi ritenere accettabili le stime dell’intelligence occidentale affermanti che l’esercito russo ha subito perdite che si aggirano tra i 7mila e i 10mila uomini, anzi, se consideriamo la totalità del personale “fuori combattimento”, quindi la somma di morti, feriti e catturati, le cifre sono molto più elevate e si aggirano intorno al 13% del totale delle forze mobilitate per quest’operazione, ovvero circa 190mila uomini. Una valutazione simile dei caduti russi è stata comunicata anche dal capo di Stato Maggiore della Difesa italiana, ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, che durante l’audizione odierna alle commissioni difesa del Parlamento, ha affermato che si assesterebbero intorno alle 15mila unità.

L’articolo “incriminato” di Komsomolskaya Pravda è stato prontamente eliminato dal web, ma ne è rimasta una copia “salvata” nell’archivio virtuale. Quanto accaduto va preso comunque con le pinze: potrebbe essere l’ennesima forma di dezinformatsiya russa volta a confondere le acque in occidente con la finalità di confermare quelle che sono le impressioni sulla difficoltà dell’esercito russo, per poi assestare il “colpo finale”.

Questa possibilità però ci sembra molto remota, e alquanto contorta come ragionamento, proprio perché ogni giorno ci arrivano quasi costantemente evidenze che mostrano quella che è una vera a propria crisi del sistema logistico russo, che deve affidarsi anche a mezzi di origine civile per trasportare rifornimenti, e più in generale di tutto il sistema militare collegato a questa operazione, che sta raccogliendo volontari da Cecenia, Siria e a quanto pare anche dalla Libia, da utilizzare nel conflitto a seconda delle necessità, che per alcuni – i ceceni – possono anche essere di tipo combat, come abbiamo visto a Mariupol, per altri saranno quasi sicuramente inerenti al controllo del territorio conquistato, in modo da liberare le truppe russe da questa incombenza per utilizzarle “al fronte”. Del resto l’ulteriore mobilitazione delle riserve russe, che arrivano anche dai distretti militari più orientali, richiede tempo: non si tratta di truppe combat ready quindi vanno equipaggiate ma soprattutto istruite. La notizia diffusa per errore dal quotidiano russo potrebbe quindi essere veritiera, e dimostrerebbe l’elevato costo di questa operazione bellica per Mosca se consideriamo ad esempio che le perdite statunitensi in tutta la campagna irachena cominciata nel 2003 ammontano a 4491 uomini.

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