La Cina considera una potenziale guerra con gli Stati Uniti un “disastro”, ma questo non frena le continue provocazioni, la militarizzazione degli avamposti nel Mar Cinese Meridionale voluti da Pechino, come le manovre nella Marina statunitense che prosegue nel rafforzamento della flotta nell’Indo-Pacifico, e che non intende sottostare alle ambizioni della superpotenza asiatica che vuole affermare il proprio dominio nelle sue acque acque ancestrali ignorando il diritto alla libera navigazione. Così l’escalation della guerra commerciale combattuta sulla carta dai due paesi rimane dietro l’angolo, soprattutto se si guarda alla questione di Taiwan – e la miccia potrebbe essere proprio quello Stretto di mare che divide il continente dalla provincia “particolare” che si autodetermina Repubblica di Cina. Proprio lì dove l’Us Navy ha intensificato le proprie attività militari.

Il ministro della difesa cinese, Wei Fenghe, durante il vertice che si è tenuto a Singapore la scorsa settimana ha insistito sul fatto che entrambe le parti “si rendono perfettamente conto che il conflitto, e una guerra tra loro, porterebbero il disastro per entrambi i paesi e il mondo” e ha dichiarato fermamente:

La Cina non attaccherà a meno che non venga attaccata

Troppe navi da battaglia in un tratto di mare così “caldo” potrebbero però dare luogo ad incidenti che trascinerebbero le sue superpotenze in un’escalation dalle prospettive apocalittiche.

La Repubblica Popolare Cinese, che ad oggi può contare sulla seconda forza navale e la seconda forza aerea del Mondo per numero e potenza di fuoco, avverte attraverso il vertice della propria difesa che nel caso di una guerra con gli Stati Uniti la Cina “combatterebbe fino alla fine”; ma questa prospettiva non si presenterà mai finché Washington vorrà rimanere al tavolo dei negoziati e sarà disposta a discutere. “Terremo la porta aperta”, ha dichiarato il ministro Fenghe, ma nessuno deve tramare per dividere la Cina da Taiwan. “Nessun tentativo di spaccare la Cina avrà successo. Qualsiasi interferenza nella questione di Taiwan è destinata a fallire ” – “Se qualcuno pensa di separare Taiwan dalla Cina, l’esercito cinese non ha altra scelta che combattere a tutti i costi… Gli Stati Uniti sono indivisibili, così come la Cina. La Cina deve essere, e sarà, riunificata” ha affermato.

Lo stato insulare de facto di Taiwan, fondato nel 1949 dai rifugiati fedeli allo sconfitto generale nazionalista Chiang Kai-Shek, si considera un’entità indipendente dalla Repubblica popolare cinese, ritenendo la sua capitale Taipei e non Pechino; avendo una propria costituzione, le proprie forze armate, una propria valuta, un parlamento e un presidente. Tutto questo però non la rende agli occhi di Pechino nulla di più di una “provincia ribelle” dalla Cina, che non è riconosciuta come stato dalle Nazioni Unite o dalla maggior parte dei suoi stati membri, e che deve essere riportata sotto il completo controllo di Pechino.

Gli Stati Uniti, che formalmente non hanno legami con Taiwan, sono ad oggi i principali sostenitori di questo stato insulare “ribelle” e il loro principale fornitore di armi. Attualmente l’Esercito taiwanese, che da almeno un decennio si prepara e si addestra per rispondere ad un’invasione della Cina, può contare 180mila uomini, e 1,5 milioni di riservisti, su sistemi d’arma all’avanguardia in gran parte di produzione statunitense come caccia F-16 ed elicotteri d’attacco AH-64 Apache e AH-1W SuperCobra , fregate di produzione francese e carri armati di produzione americana appositamente modificati.

Il segretario della Difesa americana, Patrick Shanahan, è intervenuto al medesimo vertice avvertendo invece che gli Stati Uniti non si sarebbero più mossi “in punta di piedi” per quanto riguarda il comportamento aggressivo della Cina in Asia e nel Mar Cinese. I due paesi che continuano a misurarsi in una disputa commerciale rischiano di accrescere ulteriormente le tensioni internazionali a causa di una recente accusa lanciata da Washington nel confronti di Pechino, che starebbe “rinnegando le promesse fatte nei negoziati commerciali tra i paesi”, come riporta l’Independent. Per questo motivo “gli Stati Uniti hanno aumentato le tariffe su circa 200 miliardi di dollari di merci cinesi, spingendo Pechino a vendicarsi aumentando le tariffe di 60 miliardi di dollari di merci americane”. Alle tensioni si aggiunge la messa al bando di Huawei e della sua nuova tecnologia 5G, e la campagna di “boicottaggio” mossa in Europa e nei partner militari della Nato per quello che viene definito un pericolo per le informazioni degli Usa.

Parlando a una conferenza a Pechino, il viceministro cinese Wang Shouwen ha affermato che gli Stati Uniti tendono a una condotta “irresponsabile” quando accusano la Cina di essere tornare indietro sulle promesse fatte durante i negoziati commerciali. “Gli Stati Uniti vogliono usare la pressione estrema, aumentare l’attrito commerciale, forzare la Cina a presentare e fare concessioni, e questo è assolutamente inaccettabile”, ha chiosato. Nell’Indo-pacifco intanto navi da guerra e aerei militari continuano a scrutarsi lungo l’orizzonte di quello che potrebbe diventare il teatro di una guerra planetaria che nessuno desidera; ma che senza un adeguato approccio diplomatico prima o poi potrebbe sopraggiungere, dati i molteplici punti di frizione tra questi due giganti della guerra e dell’economia.

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