Era il 29 gennaio del 2002 quando George W. Bush, allora presidente degli Stati Uniti, utilizzò per la prima volta l’espressione “asse del male” (axis of evil). Nel trasmettere il suo messaggio sullo stato dell’Unione, l’ex inquilino repubblicano della Casa Bianca accusò espressamente tre Paesi, di aver ospitato, finanziato e aiutato i terroristi, e per questo li etichettò come “stati canaglia”. Si trattava di Corea del Nord, Iran e Iraq. Tralasciando quest’ultimo, minaccia da tempo decapitata, Pyongyang e Teheran continuano, di fatto, ad esser considerati tali.

A distanza di 20 anni il concetto di asse del male è tornato alla ribalta, anche se sono cambiati i tre vertici del fantomatico triangolo maledetto e il soggetto accusatore. In realtà non c’è un politico o una figura istituzionale di spicco che abbia ufficialmente riesumato l’asse del male. L’idea di un fantomatico “asse del male” è semplicemente tornata alla ribalta nell’arena mediatica, citata da media e giornalisti per riferirsi a tre Paesi che potrebbero (uno a dire il vero lo ha già fatto) creare seri problemi geopolitici all’Unione europea. Stiamo parlando di Russia, Ungheria e Serbia. I quali, per via delle loro posizioni, delle loro alleanze e della loro visione del mondo, si discotano dalla retorica di Bruxelles.




Il nuovo “asse del male”

Bisogna ammetterlo: ci troviamo di fronte a un accostamento mediatico piuttosto forte. Passi per la Russia, che ha ormai assunto il ruolo di nemica numero uno dell’Occidente, paragonare anche solo minimamente Ungheria e Serbia a uno tra Corea del Nord, Iran e Iraq, ha teoricamente pochissimo senso. Chi considera Mosca, Budapest e Belgrado gli appartenenti al nuovo e fantomatico asse del male, lo fa, semmai, per sottolineare la spaccatura che potrebbe presto venirsi a creare tra l’Ue e questi tre Paesi. A maggior ragione dopo le tensioni inasprite da Vladimir Putin in Ucraina e le riconferme elettorali del serbo Aleksandar Vucic e dell’ungherese Viktor Orban.

Come se non bastasse, ad alimentare la diffidenza di Bruxelles nei confronti di Vucic e Orban, ci sono altri due aspetti. Innanzitutto Serbia e Ungheria hanno sempre avuto strette relazioni con la Russia; relazioni che sembrerebbero non esser state scalfite dalla guerra interritorio ucraino, al netto di una generica condanna tuttavia non accompagnata da azioni politiche rilevanti. Dopo di che, i tre Paesi citati si sono più volte scontrati con Bruxelles, attaccando molteplici volte l’Unione europea per le più svariate questioni: dal Recovery Fund ai vaccini anti Covid, dall’attuazione di leggi interne ai rapporti con la Cina. Gli eccellenti rapporti personali tra Orban, Putin e Vucic hanno fatto il resto. In questo caso, dunque, il concetto di “asse del male” viene utilizzato per delineare tre Paesi sostanzialmente tra loro in sintonia su diversi temi e, perciò, potenzialmente pericolosi per gli equilibri dell’Ue.



La Serbia di Vucic

La Serbia – che, ricordiamolo, non fa parte dell’Ue – ha condannato la violazione dell’integrità territoriale dell’Ucraina ma non ha aderito alle sanzioni internazionali contro Mosca. La spiegazione ufficiale, diciamo così, sta nell’eccessiva dipendenza energetica che il Paese ha nei confronti di Putin; quella ufficiosa è che il governo possa in qualche modo aver voluto, in un certo senso, dare voce a un’ampia fetta di popolazione che sembra condividere la linea russa (evidente dai messaggi apparsi sui social e dalle manifestazioni pro Cremlino).

L’alleanza tra Belgrado e Mosca, dal punto di vista serbo, è strategica per almeno due ragioni: garantisce supporto per la causa del Kosovo (ex provincia serba che la Serbia non intende riconoscere) ma soprattutto laute forniture energetiche. Considerando sia il gas che il petrolio, Vucic si trova a dipendere per circa il 90% dalla Russia, mentre Orban si ferma al 76%. Ma non è finita qui, perché l’Naftna Industrja Srbije (NIS), l’Industria Petrolifera Serba, è controllata al 56% da Gazprom. A novembre Vucic è riuscito pure a ottenere da Putin un eccellente prezzo per ricevere il gas russo, pari a circa 270 dollari per 1.000 metri cubici. Come ha sottolineato l’Ispi, siamo di fronte ad una delle tariffe più basse dell’Europa, che tuttavia aveva una durata di sei mesi. In seguito alla riconferma elettorale, il capo del Cremlino si è congratulato con Vucic, e i due avranno quasi sicuramente parlato anche di affari in vista di un nuovo contratto.

Belgrado sa bene che, in caso di embargo Ue nei confronti di Mosca, dovrebbe fare i conti con contraccolpi non da poco, in primis con il rischio di ritrovasrsi energicamente isolata. Possiamo dunque dire che l’Ue rappresenta il partner più importante dei serbi per quanto concerne gli scambi commerciali, ma la Federazione Russa resta il principale alleato politico e geopolitico nella comunità internazionale.

L’Ungheria di Orban

Prima che scoppiasse il conflitto ucraino, Orban era volato a Mosca per incontrare Putin. Il premier ungherese ha sostanzialmente chiesto al capo del Cremlino di rafforzare il contratto con Gazprom, incrementado le forniture annuali di gas da 4,5 a 5,5 miliardi di metri cubici. Bastano questi numeri per capire perché l’Ungheria non ha alcuna intenzione di puntare più di tanto il dito contro Mosca.

Negli ultimi giorni tra Budapest e Kiev è andata in scena una scaramuccia diplomatica. Il portavoce del ministero ucraino degli Esteri, Oleg Nikolenko, il giorno dopo le dichiarazioni del premier Orban sulla sua disponibilità a pagare il gas russo in rubli, ha accusato l’Ungheria di “aiutare Putin a continuare la sua aggressione contro l’Ucraina” e di “distruggere l’unità europea”. Kiev “considera le dichiarazioni ungheresi come una posizione ostile contro il nostro Stato”, ha scritto, definendo “cinica” la proposta ungherese di organizzare discussioni di pace fra la Russia e l’Ucraina a Budapest. “Se davvero l’Ungheria vuole mettere termine a questa guerra, ecco che cosa deve fare: smetterla di distruggere l’unità dell’Ue, sostenere nuove sanzioni contro la Russia e aiutare militarmente l’Ucraina”, si legge nel comunicato della diplomazia di Kiev.

Nikolenko ha infine denunciato la reticenza dei leader ungheresi a riconoscere la responsabilità della Russia negli attacchi ai civili, attribuiti all’esercito di Mosca, avvenuti a Bucha, Irpin e Gostomel. Un approccio, secondo Kiev, che “potrebbe rafforzare il sentimento di impunità della Russia e incoraggiarla a commettere nuove atrocità”. Certo, Orban ha affermato di aver chiesto a Putin di dichiarare un cessate il fuoco immediato di avergli proposto di venire a Budapest per colloqui con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, insieme al presidente francese Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco Olaf Scholz. Ma da Bruxelles la diffidenza nei confronti dell’Ungheria è aumentata a dismisura.

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