Sarebbero più di cento i soldati siriani uccisi in un raid della coalizione a guida Usa ad Hatlah e Housseneih, non lontano da Deir Ezzor. Secondo quanto fanno sapere da Washington, i filo governativi avrebbero attaccato una base delle Forze democratiche siriane dove erano presenti anche alcuni militari statunitensi che avrebbero richiesto l’intervento dell’aviazione per fermare l’attacco di Damasco. I media governativi hanno così commentato il bombardamento: “In una nuova aggressione e in un tentativo di sostenere il terrorismo, le forze della coalizione hanno preso di mira forze popolari”. I bombardamenti americani seguono di poche ore quelli israeliani a Jamraya, nella periferia a nord della capitale siriana.

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Il primo dato da segnalare: venticinque morti in un’unica operazione militare sono una perdita grave, che dimostra dimostra quanto avevamo detto ieri: il momento più duro delle guerre è quando queste stanno per finire. Ricostruire ciò che è accaduto ieri è difficile: se i soldati siriani hanno attaccato la base delle Sdf hanno commesso un tragico errore, non solo militare ma anche strategico. Qual era l’obiettivo? Riconquistare zone strategiche? I pozzi petroliferi? 

C’è poi un altro dato: non è la prima volta che gli Stati Uniti bombardano le postazioni governative a Deir Ezzor. Già nel dicembre del 2015 i caccia americani bombardarono, per la prima volta, una base lealista. Tornarono poi alla carica  il 17 settembre del 2016, quando la Coalizione uccise per errore più di novanta soldati siriani.

Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha detto oggi che gli Stati Uniti hanno già preparato i “piani per la partizione” della Siria”. Secondo il capo della diplomazia di Mosca, gli Usa avevano promesso di rimanere nel Paese mediorientale solo per combattere il terrorismo ma “ora dicono che continueranno a rimanere presenti fino a che non saranno certi dell’inizio di un processo per una soluzione politica stabile che porterà a un cambiamento del regime. Gli Stati Uniti stanno corteggiando diversi gruppi della società siriana contro il governo, inclusi quelli armati, e questo porterà frutti molto pericolosi”.

La situazione in Siria oggi è molto più complessa rispetto a qualche anno fa. Ora gli interessi delle potenze internazionali si fanno sempre più forti e gli accordi più fragili. Non a caso, oggi il presidente russo Vladimir Putin ha avuto un colloquio telefonico con il suo omologo turco Recep Tayyip Erdogan. Secondo quando riporta l’Adnkronos, che cita un comunicato diffuso dal Cremlino, i due avrebbero deciso di “rafforzare il coordinamento delle azioni delle forze armate e dei servizi speciali di Russia e Turchia per combattere i gruppi terroristici che violano il cessate il fuoco”. Inoltre, riporta sempre il Cremlino, “è stata sottolineata l’importanza di una chiara e rigorosa osservanza degli accordi di Astana per la creazione di zone di de-escalation in Siria. Entrambe le parti hanno confermato il loro impegno a un assetto politico e diplomatico basato sulla risoluzione 2254 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, in linea con le decisioni del Congresso del Dialogo nazionale siriano che si è tenuto il 30 gennaio a Sochi”. Sicuramente, nella conversazione, si sarà parlato anche di ciò che sta accadendo ad Afrin, dove i turchi, dal 20 gennaio scorso, stanno combattendo le forze curde sostenute anche dagli Stati Uniti. Il Risiko siriano, insomma, si fa sempre più complicato.

Aggiornamento delle 13.58 dell’8 febbraio 2018: le stime dei morti (inizialmente 100 secondo l’agenzia Reuters) sono state poi ridimensionate e, tra le diverse fonti a disposizione, abbiamo scelto Al Masdar, che è riuscita a contattare fonti dell’esercito siriano)

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