Per la prima volta dal 2012 due portaerei della Marina statunitense, ovvero la USS Dwight D. Eisenhower e la USS Harry  S. Truman, rimarranno dispiegate contemporaneamente nella zona di competenza dello United States Central Command (Centcom). Le due portaerei con i rispettivi gruppi da battaglia e gruppi aerei imbarcati saranno operative in un’area che va dal Mediterraneo Orientale al Golfo Persico, in modo tale da ridurre i tempi necessari a intervenire qualora dovessero esserci nuovi attacchi contro le installazioni statunitensi nell’area.

Una decisione presa dal Pentagono su indicazione del comandante del Centcom, il generale Kenneth McKenzie, e che avrà un duplice scopo: da un lato serve per aumentare le capacità di dissuadere eventuali attacchi contro gli Stati Uniti e gli alleati regionali, dall’altro -ed è in parte concatenato al primo punto- è per inviare un segnale all’Iran.

Misure difensive e dissuasive

Avvertimento che non è neanche troppo velato dal momento che è stato lo stesso generale McKenzie a spiegare come la presenza di due portaerei serve per assicurare “una risposta massiccia” in caso di attacco iraniano. Misura, però, che non ha carattere offensivo ma piuttosto dissuasivo, inserendosi in un piano più ampio difensivo che consiste anche nell’invio di un numero non specificato di sistemi antimissile Patriot in Iraq. L’obiettivo di questo dispiegamento è proteggere le basi statunitensi anche da attacchi portati con missili balistici, così da evitare che si ripeta una situazione simile a quella della base di Al Asad, dove una dozzina di vettori lanciati da gruppi filoiraniani hanno provocato danni alle strutture e più di 100 feriti tra i militari americani. Ma la lista di attacchi subiti nelle basi in Iraq negli ultimi mesi è lunga, tant’è che da ottobre a oggi la “green zone” di Baghdad e le installazioni su tutto il territorio iracheno sono state colpite più di 20 volte da missili o razzi. Attacchi, secondo gli Stati Uniti, coordinati e organizzati dall’Iran, accusato di rifornire di armi e denaro le milizie sciite di tutto il Medio Oriente.

Il dispiegamento dei Patriot sarà definitivo quantomeno finché esisterà la minaccia di subire attacchi missilisti, mentre quello delle due portaerei in contemporanea sarà temporaneo essendo più un avvertimento sulle reali capacità degli Stati Uniti e sulla volontà di difendere gli interessi nell’area. Intanto però la USS Eisenhower e la USS Truman saranno in navigazione nella zona di competenza del Comando Centrale dal 2012, ovvero dall’anno in cui iniziò la guerra civile in Siria. La portaerei continua ad avere un ruolo centralissimo nelle capacità di proiezione di potenza degli Stati Uniti, consci del fatto che difficilmente sarà fatta oggetto di attacchi sia per le capacità difensive del gruppo navale sia perché rappresenterebbe un punto di non ritorno nei rapporti internazionali.

Le risposte statunitensi

Sfruttando la mobilità e la capacità di utilizzare il gruppo aereo imbarcato per colpire obiettivi a lunghissima distanza, l’intenzione del Pentagono è di evitare che l’Iran, o i suoi “proxy”, possa effettuare nuovi attacchi missilistici. Anche perché, come ha spiegato il generale McKenzie, gli Stati Uniti hanno già dimostrato in diverse occasioni di essere pronti a rispondere in ogni modo, anche usando strumenti di guerra non convenzionale, e colpendo anche obiettivi politico-militari, come nel caso dell’uccisione del generale Qasem Soleimani a seguito degli attacchi alla base aerea di Kirkuk e a quello all’ambasciata a Baghdad. Operazioni svolte sempre in risposta ad aggressioni, così come l’ultimo bombardamento di un deposito di armi delle milizie dell’Hezbollah iracheno effettuato, però, non con droni ma con aerei, presumibilmente decollati dalle portaerei presenti nel Golfo Persico.

Al Pentagono, però, è evidente che non ci sia la certezza che questi attacchi di risposta sortiscano l’effetto di dissuadere da eventuali nuove iniziative delle milizie filo-Iran. Anche perché, altrimenti, non si spiegherebbe né l’aumento degli ultimi mesi del numero di soldati dispiegati nella zona -circa 90.000-, né l’invio dei Patriot a difesa delle installazioni e della “green zone” in Iraq.

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