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In queste ore l’offensiva talebana ha avuto il suo parossismo: prima Herat, ex sede del comando italiano in Afghanistan, poi Lashkar Gah. Nella giornata di ieri anche Mazar-i-Sharif è caduta, praticamente senza combattere: la storica roccaforte dell’Alleanza del Nord, che si è opposta ai talebani sin dai tempi della guerra civile, è stata conquistata quasi senza colpo ferire.

Il ponte al confine con l’Uzbekistan sull’Amu Darya, attraverso il quale le truppe sovietiche avevano lasciato l’Afghanistan nel 1989 dopo quasi dieci anni di occupazione, nella notte è diventato la via di fuga delle forze del generale Abdul Rashid Dostum, che risulta aver abbandonato il Paese insieme a Atta Mohammad Noor, ex governatore della provincia di Balkh. L’esercito uzbeko, però, non ha accolto la maggior parte della massa di profughi, e ora il valico al posto di confine di Hayratan è chiuso: i talebani sembra che siano riusciti a sigillare il Paese.

Nella notte Kabul è stata cinta d’assedio: le vie di accesso alla capitale sono state bloccate e le avanguardie talebane sono entrate nei sobborghi della città: rapporti non confermati riferiscono di sporadici scontri, come di bombardamenti dell’aeronautica statunitense, che, forse in un ultimo inutile sforzo, sta cercando di fermare la marea talebana. Sempre nella notte elicotteri sono stati visti atterrare nei pressi del palazzo presidenziale, e non è chiaro se il presidente Ashraf Ghani sia ancora in città: sappiamo però che ci sono trattative in corso coi talebani, che hanno richiesto il trasferimento dei poteri.

L’evacuazione del personale occidentale è in corso: gli Stati Uniti hanno avviato il ponte aereo, così come i britannici. L’Italia sta trasferendo il suo personale diplomatico con l’operazione Aquila, ma la sorte dei collaboratori afghani ancora non è chiara. Perfino la Turchia, che si era proposta come mediatrice, sta sgomberando la sua legazione. Le forze di sicurezza afghane, le Ansf, si sono letteralmente sciolte come neve al sole: chi non ha consegnato le armi, arrendendosi, ha cambiato casacca o è scappato.

Sulla carta avrebbero dovuto essere 340mila, ma in realtà, in altri anni, erano già molte meno: circa 270mila tra cui 30mila Alp (Afghan Local Police), sostanzialmente delle milizie tribali.

I rapporti occidentali attribuivano alle Ansf, al culmine della loro forza, il 50% della capacità operativa, ma in realtà questa era minore del 10%: le forze afghane non avevano capacità di intelligence, logistica né di supporto aereo degno di tal nome, anche considerando la manciata di elicotteri Mil Mi-17V-5, UH-60A+ BlackHawk, MD-530F(G) e un numero imprecisato di aerei Cessna 208B, AC-208B e A-29B Super Tucano, usati per attività di Counter Insurgency.

Dall’altro lato i talebani sono stati capaci di approfittare della secolare frammentazione tribale del tessuto sociale afghano per “conquistare i cuori e le menti” dei capi villaggio, più col terrore che con altro. La tattica, differente rispetto alla guerra civile degli anni ’90, è quella di circondare villaggi, cittadine e capoluoghi e non lasciare altra scelta alle forze governative se non la resa. Le Ansf, circondate e con nessuna prospettiva di ricevere rinforzi sia per via della capillarità della tattica talebana, sia per la debolezza logistica del governo di Kabul, quasi sempre hanno consegnato le armi nonostante la superiorità numerica, quando non sono addirittura passate al nemico.

Alcune province, è bene ricordarlo, sono ancora “contestate”, ovvero i talebani si trovano ad affrontare un qualche tipo di resistenza, ma con la capitale cinta d’assedio e prossima a capitolare, il Paese si può considerare sostanzialmente perduto.

Bisogna anche pensare che l’onda talebana, proprio come una marea montante, si è accresciuta non solo di uomini che hanno cambiato casacca, ma anche di mezzi e armi, che hanno trovato praticamente intatti nelle basi abbandonate dalle Ansf.

Si può cominciare a cercare di analizzare il perché di questa disfatta dal punto di vista militare. Oltre alla stessa natura delle Ansf, poco coese per via della divisione etnica interna nonostante l’addestramento – ad eccezione delle Sof (Special Operation Forces) meglio armate e inquadrate – risulta evidente come, ancora una volta, l’arma aerea sia essenziale per avere la superiorità sul campo di battaglia.

Oltre alla motivazione, infatti, pur fondamentale per avere successo in combattimento, è necessario avere uno strumento rapido e flessibile per contrastare un attacco di sorpresa in forze, e solo il supporto aereo ravvicinato è in grado di fornirlo. Qualcosa che prima veniva garantito dagli Stati Uniti (e dalla Nato) e che è andato via via scemando in concomitanza col graduale ritiro delle forze occidentali dal Paese.

I raid aerei, infatti, si sono fatti più sporadici, nonostante l’Usaf abbia dislocato in Qatar un distaccamento di bombardieri B-52H, che sembra siano entrati in azione stanotte sulla base di Mazar-i-Sharif per cercare di distruggere gli assetti aerei ivi presenti ed evitare possano finire in mani nemiche. Il supporto aereo statunitense era stato predisposto per coprire la ritirata delle truppe Usa, ma sappiamo che negli ultimi giorni sono stati fatti attacchi aerei contro i talebani anche in supporto delle Ansf, ma si è trattato di poche gocce nel mare.

Ormai le forze talebane avevano una superiorità tattica tale – stante quanto detto sin qui – da poter essere arginata solo con una importante campagna aerea, cosa che avrebbe voluto dire, politicamente parlando, la rottura del dialogo tra Washington e talebani (che comunque c’è) e la messa in pericolo del personale occidentale ancora in Afghanistan. Soprattutto avrebbe significato un nuovo impegno nel Paese, eventualità che la Casa Bianca ha più volte fermamente escluso.

Tattica efficace, quella dei talebani, se, più che aver loro permesso di cingere d’assedio Kabul, ha provocato la caduta di Mazar-i-Sharif quasi senza colpo ferire: una notizia che ha provocato sgomento proprio per quello che rappresenta quella città e quella provincia, che ha resistito ai talebani da sempre; e non è escluso che proprio questo evento abbia contribuito all’accelerazione repentina dello sfaldamento della compagine governativa, portando così, in una manciata di ore invece di qualche giorno, i talebani alle porte della capitale.

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