Con un rapido colpo di penna, ieri Xi Jinping ha firmato un ordine di mobilitazione per l’addestramento delle forze armate cinesi, il primo del 2020. Lo ha reso noto l’agenzia Xinhua, che ha inoltre sottolineato come la mossa del presidente della Cina, nonché segretario del Partito Comunista cinese (Pcc) e presidente della Commissione militare centrale (Cmc) punti a “intensificare l’addestramento militare” delle truppe “in condizioni di combattimento reali e di emergenza”. Xi ha chiesto anche all’esercito di “mantenere un alto livello di prontezza”.

Tra le altre disposizioni è emersa l’esigenza di integrare “nuove forze nel sistema di operazioni congiunte” e migliorare “il sistema di valutazione”. In altre parole serve rispettivamente una maggiore integrazione tra i vari reparti dell’Esercito Popolare di Liberazione cinese (Elp) e un miglioramento dell’apparato strategico delle stesse forze armate. Anche nei primi giorni del 2019 Xi Jinping emise un ordine simile. In quell’occasione il leader cinese chiese alle forze armate di essere pronte per “una lotta militare globale”. “Tutte le unità militari devono comprendere correttamente le principali esigenze della sicurezza nazionale e farsi trovare pronte di fronte a inattese difficoltà, crisi e battaglie”, dichiarò al mondo il presidente cinese.

Tanti focolai di tensione

Eppure questa volta la situazione è ben diversa rispetto a 12 mesi fa. La Cina si trova in uno scenario geopolitico molto più complicato e le minacce per la tenuta del sistema cinese si sono moltiplicate. Già, perché all’orizzonte non c’è soltanto la guerra dei dazi con gli Stati Uniti. Quella che era iniziata come una diatriba commerciale tra due superpotenze si è trasformata in uno scontro di civiltà che ha coinvolto ogni settore possibile e immaginabile: culturale, militare, tecnologico, scientifico e così via. Accanto alla Trade War, è esplosa la grana Hong Kong: l’ex colonia britannica è in stato di agitazione semi permanente dallo scorso giugno e ancora non si vede la luce in fondo al tunnel. Taiwan resta un sogno lontano, che la Cina difficilmente riuscirà a inglobare nel medio periodo senza ricorrere all’uso della forza. La provincia dello Xinjiang è poi tornata a essere instabile, senza parlare della contesa ancora aperta nel Mar Cinese Meridionale tra il Dragone e gli altri Paesi asiatici. Ci sarebbero poi da considerare le tensioni al confine con l’India e la precarietà della Corea del Nord: altri due scenari caldissimi, che potrebbero farsi roventi da un momento all’altro. In Medio Oriente la situazione è ancora peggiore, viste le ultime mosse degli Stati Uniti contro l’Iran in quel di Baghdad.

Pronti a ogni evenienza

Non stupisce che Xi Jinping abbia serrato i ranghi dell’esercito. Il leader cinese non vuole avere brutte sorprese; i vertici del Pcc sanno che una scintilla – soprattutto in politica estera – potrebbe presto provocare una violenza deflagrazione. Considerando che l’esercito cinese non combatte una guerra da decenni e che, almeno per il momento, l’arsenale americano è ben più nutrito di quello su cui può contare il Dragone, l’Elp deve prepararsi al meglio in vista di un’ipotetica discesa in campo. Ogni mossa dovrà essere calibrata nel miglior modo possibile e senza lasciare niente al caso. È per questo che Xi ha intenzione di tenere alta la guardia delle sue truppe. Come ama ripetere Pechino, la Cina si è sempre opposta all’uso della forza nelle relazioni internazionali. Ma alcune volte potrebbe non esserci altra scelta che imbracciare le armi. Meglio farsi trovare pronti all’evenienza.

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