Questa mattina è riapparso su Telegram in giro per la città, dicendo a chiare lettere di essere rimasto e di guidare il Paese. Il presidente ucraino Zelensky, terminata la nottata più lunga in cui per alcune ore Kiev è sembrata seriamente in bilico, ha voluto dimostrare di poter ancora passeggiare per il centro e per i quartieri governativi. Secondo i russi invece quel video è stato girato alcuni giorni fa: “Zelensky è fuggito frettolosamente da Kiev – ha dichiarato il presidente della Duma, Vyacheslav Volodin – Già ieri non si trovava nella capitale ucraina, si trova a Leopoli”. Guerra di propaganda, guerra di notizie, ciascuna parte fornisce la propria versione di comodo. Un classico non appena si attiva un conflitto. C’è però un fatto politico oggettivo: Zelensky è al timone dell’Ucraina. Lo Stato ucraino ha ancora la stessa fisionomia della vigilia dell’attacco. Un dato, ad oggi, non secondario.

Zelensky rimasto al timone

Di certo la vita del presidente ucraino non scorre regolarmente come qualche giorno fa. Come già scritto ieri su InsideOver, Zelensky non si trova nel suo ufficio, non lavora più dal palazzo presidenziale. Troppo pericoloso con la capitale a tiro di artiglieria dei russi. Secondo Mario Draghi, almeno stando alle parole pronunciate dal presidente del consiglio in parlamento, Zelensky si sta “nascondendo da qualche parte” a Kiev. Non in un bunker forse, ma in un ufficio. Asserragliato, isolato e circondato dai fedelissimi. Lo si è visto venerdì pomeriggio, quando improvvisamente su Telegram è apparso un suo video di 32 secondi. Assieme a lui c’erano il premier e alti importanti dirigenti del Paese, erano almeno in cinque: “Siamo qui, rimaniamo qui” ha dichiarato, mentre alle sue spalle il silenzio in una serata di Kiev che preannunciava battaglie rendeva spettrale la scenografia. Zelensky è a stretto contatto con poche persone con cui mantiene intatta la linea di comando ucraina. Ha con sé anche i dispositivi con i quali fare i filmati e connettersi. Ed è questa un’arma in più per lui. La stessa usata anche in tempi di pace, quando è sceso nell’agone politico. Il suo partito si chiama “Servitore del Popolo”, lo stesso nome della serie televisiva da lui diretta in cui interpretava un professore liceale che si candidava per sconfiggere gli oligarchi. Un programma tra l’ironico, la satira e la comicità.

Zelensky appartiene quindi a quella sfera, non così ristretta, di personaggi della politica provenienti dal mondo dello spettacolo. Sa quindi come usare la telecamera e i social. Nonostante sia braccato, continua a pubblicare tweet e aggiorna costantemente il proprio canale Telegram. Qui, prima ancora che in Tv, arrivano i suoi video. Sono stati gli iscritti al canale ad aver saputo per primi che dopo la notte di attacchi infernali su Kiev lui era ancora in città. Video, quelli di Zelensky, che non lasciano nulla al caso. Lui si mostra stanco e con la barba. Un’immagine completamente diversa da quella tenuta fino alle prime ore dell’attacco russo, quando invece si presentava in giacca e cravatta. Indubbiamente la guerra impone ritmi frenetici e sapere di avere i russi nelle vicinanze non è un toccasana. Zelensky sarà realmente stanco e provato, ma l’impressione è che non voglia far nulla per nasconderlo. L’immagine di un presidente provato ma ancora in giro per Kiev potrebbe essere stata studiata per dare un segnale di forza. Nonostante tutto e nonostante la netta supremazia militare russa, l’ex attore è rimasto al timone. Da vittima sacrificale, Zelebsky sta provando a passare per un eroe pronto a tutto.

Perché Zelensky non è andato via

La scelta di restare potrebbe essere stata dettata da considerazioni meramente personali. Lui, da presentatore e attore televisivo, conosce bene il valore delle uscite di scena. Dunque sa bene che a volte è il modo con cui si lascia un proscenio a determinare il giudizio su un personaggio. Probabile quindi che Zelensky non voglia sparire dalla scena come un capitano che abbandona la nave in difficoltà. Piuttosto che lavorare al sicuro in esilio o aspettare il corso degli eventi da Leopoli, il presidente ucraino ha messo in conto di dover restare per giorni sotto le bombe di Kiev pur di evitare una fine indecorosa del suo mandato politico. Ma dietro la volontà di restare alla guida del Paese, c’è anche un calcolo di natura politica. Prolungare la guerra vuol dire infliggere danni di immagine e danni economici a Putin. Dopo il fallimento delle ultime trattative e l’invocazione da parte del presidente russo di un golpe contro di lui, Zelensky ha quindi preferito procurare quanti più grattacapi possibile al Cremlino.

Un fermo immagine tratto da un video mostra il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, 15 febbraio 2022. ANSA/ ++HO – NO SALES EDITORIAL USE ONLY++

A dimostrarlo anche il cambio dei toni delle ultime ore. Venerdì notte il presidente ucraino ha denunciato di essere rimasto solo e ha puntato il dito contro i leader occidentali. Oggi invece nella sua pagina Twitter è un susseguirsi di ringraziamenti ai capi di governo europeo che gli hanno promesso sostegno, compreso Mario Draghi. E non perde occasione di ribadire che la battaglia sua e della sua Ucraina è “a nome dell’Europa“. Quasi a voler sottolineare che, in fin dei conti, pur se circondato lui serve ancora a qualcosa per l’occidente. Serve cioè a far rimediare una magra figura alla Russia. Una circostanza che, a guerra ancora in corso, Zelensky cercherà di far pesare il più possibile.

Il dialogo con Draghi

Intanto oggi è rientrato lo screzio di venerdì con il capo del governo italiano. Come detto per l’appunto, Draghi è stato il primo leader a parlare di Zelensky come di una persona nascosta in quel di Kiev e impossibile da raggiungere telefonicamente. E lui non l’ha presa molto bene, apostrofando l’ex governatore della Bce in un Tweet dove, in modo un po’ sarcastico e ironico, sottolineava che è pressoché impossibile rispondere al telefono guidando una nazione in guerra. Sabato mattina però i due si sono sentiti. I toni sono sembrati cordiali. Anzi, Zelensky ha ringraziato l’Italia per il suo sostegno dimostrato anche dal via libera di Roma all’eliminazione della Russia dal sistema di pagamento Swift. Forse la più grave sanzione messa sul piatto dall’Europa contro Mosca.

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