Lo scorso 3 febbraio alla Farnesina si festeggiava. Dopo quattro giorni di snervanti negoziati il governo del Mali e i ribelli Tuareg a Roma firmavano “l’Accordo di principio”, un impegno ufficiale per riportare la pace, la sicurezza e la stabilità in tutto il tribolato Paese. La complicata mediazione era opera – con l’appoggio ufficioso del Ministero degli esteri – della presidente dell’Ong Ara Pacis, Maria Nicoletta Gaida.

Sulla carta, l’intesa metteva termine al lungo conflitto iniziato con il colpo di Stato che nel 2012 depose l’allora presidente Amadou Toumani Touré e scatenò la grande ribellione delle province settentrionali. Un’insurrezione presto strumentalizzata da gruppi islamici, alcuni dei quali legati ad Al Qaeda; nel 2013 solo l’intervento delle truppe francesi impedì ai gruppi jihadisti di conquistare la capitale Bamako. Un successo isolato.

La costosissima missione Barkane – soltanto nel 2020 è costata oltre un miliardo di euro, in tempi di crisi cifre difficili da giustificare all’opinione pubblica – si è da tempo insabbiata e a poco è servita la parallela Task force Takuba, lo zoppicante strumento europeo composto da un centinaio di soldati estoni, una sessantina di militari della Repubblica Ceca, 150 svedesi e 200 specialisti italiani. In più, lo scorso febbraio il rapido peggioramento dei rapporti tra Parigi con la giunta golpista (al potere dal maggio 2021), culminato con l’espulsione dell’ambasciatore francese dalla capitale maliana e l’arrivo in forze dei mercenari russi della Wagner, ha definitivamente convinto Emmanuel Macron a smobilitare il dispositivo e abbandonare, almeno momentaneamente, l’antica colonia.

L’Italia inaspettata

Ciò che il presidente uscente e i funzionari del Quai d’Orsay non avevano considerato era però “l’intrusione” dell’Italia. A maggio 2021 Ara Pacis promosse un primo incontro a Roma del variegato cartello dei movimenti armati maliani confluiti in quell’occasione nel “Cadre Stratégique Permanent”, un contenitore unitario politico-militare prodromico all’intesa con il governo centrale. Un primo passo a cui è seguita l’apertura nell’agosto di un’ambasciata a Bamako, l’invio della mission e militare Eutm Mal (poca roba, in tutto 12 militari con compiti da istruttori), un impegno su possibili finanziamenti e infine l’accordo del 3 febbraio 2022. Per il governo di Roma l’intesa rappresenta “un contributo fondamentale per il contrasto alla migrazione clandestina e al terrorismo, che hanno il loro epicentro nel nord del Paese, e per favorire la sicurezza del contingente italiano presente nell’operazione Takuba e schierato in Mali proprio per perseguire tali obiettivi”.

Tutto bene, dunque? Non proprio. Secondo gli analisti (soprattutto francesi) l’accordo è parte di un disegno più complesso e, a loro avviso, molto ambiguo. Per il centre Thucydide, think tank geopolitico dell’Università Panthéon Assas di Parigi, a muovere i fili sarebbe l’Eni, da sempre desiderosa di installarsi in un’area strategica; a sua volta il molto autorevole (e ben introdotto nelle segrete cose) Le Monde ha pubblicato un’inchiesta significativamente intitolata Mali, il torbido gioco della diplomazia italiana. Nonostante le smentite dell’ambasciatore Stefano Antonio Dejak (“l’Italia non ha alcuna agenda segreta nel Mali”), il quotidiano parigino sostiene che, dietro all’intesa promossa da Ara Pacis e la sua fondatrice, “un ex attrice molto mediatizzata e vicina ai servizi segreti italiani”, vi è il ministro degli esteri Luigi Di Maio (non a caso ritratto accanto alla Gaida e i capi Tuareg al momento della firma di febbraio) e che l’intera operazione è finalizzata alla realizzazione in Mali di centri di detenzione per migranti.

Notizie (o insinuazioni) subito rimbalzate in Africa. Di certo la richiesta di chiudere le rotte della disperazione è difficilmente accettabile per i gruppi del Csp, da sempre largamente conniventi con il traffico di esseri umani. A loro volta i golpisti di Bamako restano molto scettici sulla durata degli accordi romani e ritengono il cartello delle opposizioni sponsorizzato da Ara Pacis nulla più di un espediente per legittimare la secessione delle regioni settentrionali.

In ogni caso la trattativa si è nuovamente arenata, da Roma non sono arrivati i soldi promessi alle diverse fazioni maliane e il recente viaggio a Bamako della signora Gaida si è concluso con un nulla di fatto. Il Mali continua così nella sua deriva. L’Italia tace e Parigi ancora una volta sogghigna.

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