La componente cecena confluita nelle file dei jihadisti dell’Isis e di Jabhat al-Nusra in Siria e Iraq risulta particolarmente numerosa, con un totale di foreign fighters che si aggira intorno alle 3mila unità. Ciò che però spesso non viene menzionato è che soltanto una piccola parte di tale flusso è partito dalla Repubblica di Cecenia, circa 600 unità; il resto del contingente jihadista, composto da circa 2.400 volontari, è infatti arrivato dalla diaspora cecena, prevalentemente dall’Europa.

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Se si prendono in considerazione i 600 foreign fighters partiti dalla Cecenia e li si mette in relazione alla popolazione della repubblica caucasica, 1.395 mila abitanti circa, il rapporto è indubbiamente elevato. Basti pensare che il Kosovo, paese che ha fornito il maggior numero di foreign fighters dall’Europa (assieme al Belgio), conta 403 jihadisti su poco meno di 1.900.000 abitanti.

Se si va però a prendere in considerazione i 2.400 volontari ceceni partiti dalla diaspora allora ci si rende conto che in Europa è presente un problema molto serio legato alla radicalizzazione dei “rifugiati” fuggiti dalla Cecenia, tanto che già nel 2014 le autorità tedesche risultavano preoccupate da tale fenomeno. 

Una recente analisi del European Eye on Radicalization (EER) non soltanto metteva in evidenza il ruolo svolto dalla diaspora cecena ma ricordava che molti dei volontari partiti per Siria e Iraq erano veterani delle due guerre cecene, con principale ondata migratoria verso l’Europa che iniziava nel 1999. Attualmente le più ampie comunità cecene in Europa vengono registrate in Francia, Belgio, Germania, Austria, Danimarca e Polonia.

Il rischio appare evidente nel momento in cui assieme alle migliaia di civili ceceni in fuga dalla guerra si infiltrano anche molti estremisti islamici legati a ciò che era una volta l’Emirato del Caucaso, molti dei quali avrebbero anche ottenuto lo status di rifugiato. E’ dunque inevitabile che la radicalizzazione si sparga a macchia d’olio nella diaspora, seppur con fattori e canali differenti rispetto alla Cecenia.  

Europa

Lo scorso 12 maggio un terrorista ceceno, successivamente identificato come il ventenne Khamzat Azimov, accoltellava cinque persone nel centro di Parigi prima di venire abbattuto dalla polizia Inserito nella black list francese dei radicalizzati dal 2016, Azimov era diventato cittadino francese nel 2010 e risiedeva con i genitori nella zona di Strasburgo, una delle città europee con maggior numero di immigrati ceceni e non a caso sede della Corte Europea per i Diritti Umani, presso la quale molti di loro si sono rivolti.

In seguito le autorità francesi si mettevano alla ricerca di eventuali complici e arrestavano a Strasburgo un altro ceceno, tale Abdul Hakim Anaiev, ritratto al momento dell’arresto con una maglietta nera con il disegno di un Kalashnikov e la scritta “Defend Grozny”. Successivi approfondimenti rivelavano che Anaiev non soltanto era monitorato dalle autorità francesi dal 2016 in quanto radicalizzato con tanto di cartella “fiche-S” ma da gennaio del 2018 era anche stato assunto dall’Ufficio francese per l’Immigrazione e l’Integrazione (OFFI). Anaiev aveva frequentato la scuola superiore Marie Curie a Strasburgo ed era diventato cittadino francese all’età di 13 anni; dopo la maggiore età aveva sposato Ines Hamza, una ragazza radicalizzata della zona di Parigi che aveva anche cercato di raggiungere la Siria nel 2017. 

Una fonte vicina all’intelligence francese rendeva noto che circa il 10% del contingente jihadista partito dalla Francia è di origine cecena. 

Altro Paese europeo che deve fronteggiare la dilagante radicalizzazione cecena è l’Austria. A febbraio di quest’anno finiva a processo un 22enne ceceno (in Austria dal 2005) che, assieme a due 19enni austriaci, aveva pianificato un attentato a Vienna con l’obiettivo di colpire il maggior numero di agenti di polizia. 

Nell’agosto del 2014 le autorità austriache arrestavano nove individui di origine cecena, tutti tra i 18 e i 28 anni, a bordo di un furgone guidato da un cittadino turco; il gruppo si stava recando al confine con l’Italia per raggiungere i jihadisti in Siria. 

Nel luglio del 2015 un trentenne ceceno richiedente asilo veniva condannato da un tribunale austriaco della città di Krems a 5 anni di reclusione con l’accusa di aver partecipato ad addestramenti militari nonché di aver fornito assistenza e inviato denaro (800 dollari americani) ai jihadisti in Siria. 

Le autorità di Vienna stimano che tra il 2014 e il 2016 circa 300 cittadini austriaci sono partiti o hanno cercato di raggiungere la Siria; più di 2/3 di questi sarebbero di origine cecena, di cui il 40% con status di rifugiato. Subito dietro i ceceni ci sono i bosniaci, gran parte dei quali in Austria come rifugiati dai tempi della guerra civile jugoslava.

Il caso del ceceno a Foggia

Il 5 luglio 2017 veniva arrestato a Foggia il trentottenne ceceno Eli Bombataliev, accusato di associazione con finalità di terrorismo internazionale e istigazione a commettere delitti. Lo scorso aprile il Tribunale di Bari condannava il ceceno a 5 anni di reclusione.

Parallelamente all’arresto di Bombataliev venivano espulsi i fratelli albanesi Orkid e Lusien Mustaqi, di 26 e 23 anni, in regola sul territorio nazionale e residenti a Potenza ed anche la moglie di Bombataliev, la quarantanovenne russa Marina Kachmazova, irregolare e residente nel napoletano. I tre erano tutti soggetti alle attività di indottrinamento di Bombataliev e, nel caso della Kachmazova, di una vera e propria istigazione al martirio attraverso attacchi suicidi, una dinamica ben nota in ambito jihadista ceceno.

Come illustrato dall’Italian Team for Security, Terroristic Issues and Managing Emergencies dell’Università Cattolica di Milano, ci sono alcuni elementi di estremo interesse che caratterizzano il profilo di Eli Bombataliev.

In primis, fonti russe lo indicavano come legato all’Emirato del Caucaso, l’organizzazione terrorista di matrice islamista nata nel 2007 e recentemente sgretolatasi in seguito alla scissione di numerose vilayat unitesi a Daesh. Bombataliev veniva anche segnalato come soggetto legato al commando che nella notte tra il 3 e il 4 dicembre 2014 diede l’assalto alla “Casa della Stampa” di Grozny, causando la morte di 19 persone. E’ plausibile che dietro l’attacco di Grozny vi fosse il gruppo di Aslan Byutukaev, come messo in evidenza anche dal sito di propaganda jihadista dell’Emirato del Caucaso, Kavkaz Center. Nel giugno 2015 Byutukaev lasciava l’Emirato del Caucaso per giurare fedeltà all’Isis.

Un altro aspetto di non poco conto è il fatto che Bombataliev abbia potuto soggiornare in Italia come rifugiato: nel 2012 infatti il ceceno otteneva un permesso di soggiorno per motivi umanitari rilasciato dalla Questura di Foggia, permesso rinnovato nel 2015 e poi scaduto nel marzo 2017.

Eli Bombataliev era in costante movimento, in Belgio, dove vive il fratello e dove manteneva contatti con altri soggetti radicalizzati ceceni in loco. Tra il novembre 2014 e il febbraio 2015 veniva segnalato in Turchia da dove si ipotizza un plausibile sconfinamento in Siria, dove un suo “confratello” era già stato indicato in combattimento nelle file di Daesh.

Bombataliev svolgeva inoltre il ruolo di imam “sostitutivo” presso il centro islamico al-Dawa di Foggia e vi dimorava. E’ lì che il soggetto in questione entrava in contatto con diversi personaggi radicalizzati, come i fratelli tunisini Kamel e Boubakeur Sadraoui (il primo in stato di detenzione e il secondo espulso dal territorio nazionale). Quasi in parallelo, il ceceno si dedicava alla radicalizzazione dei già citati fratelli Mustaqi.

I figli dei “rifugiati” e la cultura della violenza

La notte del 12 agosto 2017 il 22enne fiorentino Niccolò Ciatti veniva ucciso a calci e pugni da tre ceceni all’interno della discoteca St.Trop di Lloret a Mar. I tre venivano immediatamente identificati come Rassoul Bissoultanov (1993), lottatore professionista già noto alle autorità francesi per un’aggressione a una escort, Movsar Magomedov (1991) e Khabiboul Khabatov (1996), tutti residenti nella zona di Strasburgo e figli di rifugiati ceceni. Khabatov aveva tra l’altro dichiarato di “non sentirsi in colpa”, durante un’intervista delle Iene nell’ottobre del 2017.

Attualmente solo Bissoultanov si trova in carcere a Girona perché accusato di “aver sferrato il calcio fatale alla testa di Niccolò”, mentre gli altri due soggetti si trovano a piede libero in Francia. Una decisione che ha fatto discutere non poco, mentre a breve avrà inizio il processo.

Il filmato dell’aggressione mostra una vera e propria esecuzione, ben diversa da una “rissa”. Niccolò Ciatti, già ferito a terra, viene “terminato” con un calcio alla testa da Rassoul Bissoultanov. Dopo il colpo a Niccolò, Bissoultanov si volge furiosamente verso altri “target”, lanciando un pugno di qua e un pugno di là, spostandosi rapidamente da una direzione all’altra e guardandosi attorno come se fosse all’interno di una killing house di addestramento. È molto interessante anche il ruolo del suo compagno che dà quasi l’impressione di “dirigere le operazioni”: osserva, si china su Niccolò, poi spinge via un altro ragazzo che si avvicina all’aggressore, supervisiona mentre Rassoul cerca di colpire a pugni altri due ragazzi, continua a guardarsi intorno. Ovviamente non ci pensa neppure a fermare il suo amico. Alcuni testimoni affermavano che i due si muovevano come paramilitari e in effetti l’idea c’è: uno colpiva furiosamente mentre l’altro controllava il perimetro. Questa è l’impressione.

I tre ceceni autori della fatale aggressione a Niccolò non hanno legami comprovati con l’estremismo di stampo islamista, ma hanno chiaramente mostrato un comportamento radicale, estremo, violento, feroce, seppur apparentemente privo di ideologia. Un modus operandi che ricorda più un plotone di esecuzione ben coordinato piuttosto che tre semplici ragazzi coinvolti in una rissa. Sarebbe dunque utile approfondire il background culturale e familiare dei soggetti coinvolti e delle loro famiglie, partendo proprio dalle loro zone di origine in Cecenia. Immaginiamo cosa potrebbe succedere se questi tre individui finissero in una rete dedita alla radicalizzazione islamista.

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