Dalla fine degli anni ’90 al 2016 un numero elevatissimo di falsi rifugiati si è stabilito negli Stati Uniti e in altre parti del mondo, Europa compresa, senza avere alcun diritto per farlo.

Lo ha denunciato la Cnn in un lungo reportage che ha fatto luce su un meccanismo perverso che ha consentito a tantissimi kenioti di farsi una vita a New York piuttosto che in una capitale europea, senza avere gli estremi per essere considerati rifugiati. Prima di tutto dobbiamo spiegare la differenza legale tra migranti e rifugiati: i primi sono costituiti dal flusso di persone che lasciano volontariamente il proprio Paese d’origine per cercare altrove migliori condizioni di vita, mentre il secondo termine indica uno status giuridico da attribuire a coloro che non possono tornare nella loro terra di origine perché per loro sarebbe troppo pericoloso. La Convenzione di Ginevra del 1951 sancisce che il rifugiato è colui che “nel giustificato timore di essere perseguitato per la sua razza, la sua religione, la sua cittadinanza, la sua appartenenza a un determinato gruppo sociale o le sue opinioni politiche, si trova fuori dello Stato di cui possiede la cittadinanza e non può o, per tale timore, non vuole domandare la protezione di detto Stato”. Lo status di rifugiato dovrebbe insomma essere riservato solo alle persone che fuggono da persecuzioni o guerre.

I falsi rifugiati kenioti

Il Kenya è uno dei Paesi che ospita la più grande popolazione di rifugiati del pianeta, ma decine di migliaia di loro non sono affatto dei veri rifugiati. E sono gli stessi che riescono, in barba a chi veramente avrebbe il diritto, ad approdare negli Stati Uniti o in Europa. “Abbiamo colto l’occasione che avevamo di fronte. Abbiamo seguito il sogno americano, siamo andati tutti a scuola e adesso siamo tutti laureati”: questa è la testimonianza anonima di una famiglia keniota di sette persone arrivate nel territorio americano nelle vesti di falsi rifugiati somali. Come loro, molti altri hanno seguito lo stesso percorso.

La situazione del Kenya

La situazione del Kenya è delicata, perché l’instabilità della vicina Somalia ha spinto ondate di rifugiati oltre confine. Il problema è che il numero di questi disperati è aumentato a dismisura, passando in breve tempo da migliaia a centinaia di migliaia. Loro, i somali, hanno tutto il diritto di essere considerati rifugiati, a differenza dei kenioti, che tuttavia hanno approfittato della confusione per infiltrarsi tra i veri bisognosi. Mohamed Dahiye, un parlamentare keniota della città di Dadaab, ha denunciato il fatto che molti cittadini del Kenya, vedendo i servizi gratuiti e il cibo concesso ai rifugiati somali, hanno deciso di registrarsi sotto falso nome nei campi della disperazione. Secondo i numeri del governo locale, ci sarebbero almeno 40 mila kenioti registrati illegalmente come rifugiati nei campi di Dadaab.

Una beffa nella beffa

I rifugiati somali vengono poi ridistribuiti tra Stati Uniti, Europa e Canada. La beffa è che molti di quelli che davvero sono rifugiati e avrebbero diritto al cosiddetto reinsediamento sono scavalcati dai falsi rifugiati kenioti. Fathiaa Abdalla, rappresentante in Kenya dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) ha dichiarato di non essere a conoscenza del problema perché sicuro che il sistema avrebbe smascherato i furbetti: “Non sono a conoscenza del reinsediamento di kenioti come rifugiati. Il programma di reinsediamento passa attraverso diverse verifiche e diversi controlli”. Evidentemente, come ha dimostrato la Cnn, qualche falla nel sistema esiste eccome.

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.