“Vogliamo raccontare i drammi senza fine del Congo, una terra tormentata da gruppi armati anche di matrice islamista, depauperata dallo sfruttamento delle risorse minerarie, travolta da epidemie e da sfide che riguardano tutti noi. Vogliamo farlo attraverso lo sguardo di chi da anni si occupa di questo Paese: il fotografo Marco Gualazzini e il giornalista Daniele Bellocchio.
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Quando si fa riferimento al North Kivu, spesso si pensa alle sigle delle centinaia di gruppi che operano nella regione e ai disastri che anni di guerra latente hanno creato tra le città e i villaggi della regione più orientale della Repubblica Democratica del Congo. Ma nel 2021 non c’è stata solo la mano dell’uomo a provocare danni. L’incubo per molti cittadini ha avuto un nome ben specifico, quello di Nyiragongo. Non è la sigla o il termine di un gruppo armato, bensì il nome di uno dei vulcani più temibili del pianeta. A maggio il “mostro” situato tra i monti del parco del Virunga si è risvegliato. Decine le vittime, ma a destare scalpore è stata soprattutto la crisi umanitaria generata dall’eruzione: qualcosa come 400.000 cittadini hanno dovuto abbandonare le proprie case. Una sciagura per una zona già storicamente provata dalle dinamiche politiche e militari.

Il risveglio del gigante

Goma è il capoluogo del North Kivu. La città, nel bene e nel male, rappresenta tutte le sfaccettature della regione. Si tratta del principale centro economico, forse l’unico in cui è possibile per i cittadini trovare lavoro e provare a costruire una vita normale. Al tempo stesso è proprio qui però che si concentrano le varie tensioni che caratterizzano la parte orientale del Congo. Povertà e mancanza di sicurezza scandiscono una normalità mai pienamente raggiunta dai suoi oltre trecentomila abitanti. Il 22 maggio, intorno alle 18:00, un boato ha generato ulteriore apprensione. Questa volta non era il rumore di una bomba e né il segnale di un’incursione armata di qualche gruppo che ha nelle foreste circostanti le proprie basi. Era qualcosa forse di molto peggio. Il Nyiragongo, svettante ad oltre tremila metri di altezza, aveva avviato una nuova fase eruttiva. Subito si è capito che ben presto Goma, con la sua vita attraversata dai tanti paradossi del North Kivu, doveva essere quasi interamente evacuata.

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CAUSALE: Reportage Congo
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Il vulcano è tra i più pericolosi al mondo. In qualche modo ricorda a chi abita nella regione le gioie e i dolori della geografia locale. I tanti laghi e le tante foreste a corredo di alte montagne costituiscono paesaggi mozzafiato, ma sono anche il segno della presenza non troppo lontana della Rift Valley. Ossia la spaccatura che in tempi geologicamente non lontani porterà alla nascita di un nuovo oceano nel cuore del continente africano. Fenditure della crosta che in superficie danno vita nella regione dei grandi laghi a terremoti oppure a vulcani. Tra questi il Nyiragongo è uno dei più degni di nota. Scoperto nel 1894 dall’esploratore tedesco Adolf von Gotze, più di una volta negli ultimi 130 anni il vulcano ha provocato stragi e ha sconvolto la vita del North Kivu. L’ultima volta che il gigante aveva fatto sentire la sua presenza, prima del risveglio di maggio, è stata nel 2002. La lava è arrivata fino al centro di Goma, mezzo milione di persone hanno dovuto abbandonare le proprie abitazioni. Il 10 gennaio 1977 una precedente eruzione ha provocato anche il cedimento delle pareti del cratere principale, uccidendo almeno 100 persone. Quando a Goma il 22 maggio ha iniziato a cadere la cenere, si è capito che era questione di tempo prima che venisse emanato un nuovo ordine di evacuazione. Anche perché, tra le tante disgrazie, il Nyiragongo ha una sua precisa particolarità: la lava emanata è in grado di dar vita a colate molto veloci, capaci di travolgere in poche ore diversi ettari di territorio.

L’esodo provocato dall’eruzione

Attorno al vulcano vivono due milioni di persone. Oltre a Goma, ci sono tanti villaggi e tante località che compongono una grande comunità urbana. Dopo le prime ore di emergenza, le autorità locali hanno deciso di evacuare dieci dei diciotto distretti della stessa Goma e altre cittadine circostanti. In totale, 400.000 persone hanno dovuto abbandonare in fretta tutto ciò che avevano. La lava è arrivata ben presto a lambire la periferia di Goma, avanzando anche tra le principali vie di accesso. L’opera di evacuazione non ha avuto nulla di diverso dagli esodi visti in North Kivu durante le fasi più cruente delle guerre e degli attacchi terroristici degli ultimi anni. É entrata in campo l’Unicef assieme alle associazioni umanitarie già presenti in zona. Il campo profughi più grande è stato istituito a Sake, a circa 25 km da Goma e non lontano dal confine con il Ruanda.

Proprio l’Unicef ha denunciato alcuni problemi molto simili a quelli solitamente riscontrati in guerra. Sono scomparsi nel nulla, durante l’esodo, almeno 150 bambini e altrettanti sono stati separati dalle proprie famiglie. C’è poi chi ha provato a mettersi in salvo in autonomia, scappando con i propri averi il più lontano possibile a volte anche oltre confine. I profughi per mesi hanno sofferto di carenza di cibo e medicine, a distanza di mesi la situazione è soltanto leggermente migliorata. Ma manca ancora molto sia a livello materiale che di assistenza. Oggi il vulcano fa meno paura, molte famiglie hanno potuto fare rientro a casa. Tuttavia l’eruzione del Nyiragongo ha riaperto vecchie e nuove ferite di carattere sociale. Sembra quasi che nel North Kivu si è destinati a scappare. Se non è la guerra a distruggere intere esistenze ci pensa il vulcano. Per la cronaca, ufficialmente sono morte circa 50 persone e molte altre risultano ancora disperse.

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