Pochi giorni fa una nota marca di attrezzature sportive aveva sospeso, nei suoi punti vendita di Calais e di alcuni paesi limitrofi, la vendita di canoe. Un piccolo dettaglio non indifferente. Era stato infatti riscontrato il loro utilizzo da parte di alcuni scafisti intenzionati a oltrepassare il canale della Manica. Basta questo per capire la dimensione attuale del problema migratorio tra Francia e Regno Unito. Una rotta, quella tra le due sponde della Manica, da anni molto trafficata e oggi resa ancora più delicata dal fatto che Londra non è più nell’Unione Europea. Le coste francesi rappresentano quindi un confine esterno dell’Ue, al pari di quelle italiane, greche o spagnole.

L’aumento dei flussi migratori nella Manica

Il naufragio dello scorso mercoledì, che ha causato la morte di 33 migranti, ha riportato sotto i riflettori la rotta migratoria franco-inglese. L’aumento degli sbarchi lungo le coste del Mediterraneo e l’attuale crisi al confine tra Polonia e Bielorussia, hanno in qualche modo fatto dimenticare i drammi umanitari vissuti lungo la Manica. Qui tra il 2015 e il 2016 ha avuto sede la cosiddetta “giungla di Calais”, una distesa di baracche e tende non lontano dal porto della cittadina francese dove per mesi hanno dimorato migranti in attesa di partire. Una diretta conseguenza della crisi relativa alla rotta balcanica. Le carovane di persone risalenti dalla Turchia, oltre a dirigersi verso la Germania e il nord Europa, in alcuni casi hanno preferito virare verso la Francia e provare a oltrepassare la Manica. La baraccopoli tra gli alberi di Calais è stata smantellata in un successivo momento, ma l’immigrazione verso Londra non si è mai arrestata. Non di rado le autorità britanniche hanno scovato migranti all’interno di alcuni camion provenienti dal territorio francese. E non sono mancati casi di gente morta per asfissia durante il tragitto.

Adesso le coste della Manica sono tornate ad avere una forte pressione, forse anche più di quella registrata tra il 2015 e il 2016. I dati in tal senso parlano chiaro. Dal primo gennaio a oggi, secondo la Bbc, sono almeno 25mila le persone che hanno provato la traversata. Il triplo rispetto al 2020. Non tutti ci sono riusciti. C’è chi è stato fermato dalle autorità francesi e c’è chi, come purtroppo nel caso del gommone rovesciatosi mercoledì, è morto annegato tra le acque gelide del canale. A impressionare sono i dati relativi al mese di novembre. L’11 novembre scorso nel Regno Unito sono arrivate, nel giro di 24 ore, 1.185 migranti. Una cifra difficilmente riscontrabile anche a Lampedusa o a Lesbo, località abituate ad annotare in alcune giornate maxi sbarchi nel giro di poche ore. Solitamente in questo periodo dell’anno le partenze da Calais o da altre località francesi risultano ridimensionate per via delle condizioni climatiche. Una circostanza smentita dai fatti degli ultimi giorni.

Lo scontro politico tra Regno Unito e Francia

La crisi migratoria lungo il canale della Manica sta avvenendo peraltro in un momento in cui tra Londra e Parigi non mancano tensioni di natura politica per via delle scelte sui diritti di pesca. Dopo la Brexit, i due governi non sono riusciti a trovare accordi specifici sul tema e, come prevedibile, il clima di diffidenza tra le parti sta rischiando di minare ogni sforzo diplomatico. La morte dei migranti nei giorni scorsi ha contribuito ad acuire le distanze. Regno Unito e Francia si stanno accusando a vicende delle responsabilità. Eppure a luglio sul pattugliamento delle coste transalpine e sul monitoraggio delle partenze verso il territorio inglese era stato raggiunto un accordo. In particolare, Londra si è impegnata a pagare 62 milioni di Euro a Parigi per il potenziamento dei controlli da parte delle pattuglie di frontiera marittime. Soldi che ancora non sono arrivati. Già a settembre, nel corso della riunione del G7 dei ministri dell’Interno svoltasi proprio nella capitale britannica, il ministro francese Gérald Darmanin ha accusato il Regno Unito di non aver fatto la sua parte.

Il rappresentante del governo di Parigi ha inoltre criticato in quell’occasione le velleità del premier inglese Boris Johnson di rimpatriare in Francia i barconi respinti: “Non accetteremo pratiche contrarie al diritto del mare – ha fatto sapere Darmanin – né accetteremo ricatti finanziari”. Dopo la strage di mercoledì, il titolare del dicastero degli Interni di Parigi ha rincarato la dose: “Il Regno Unito – si legge nelle sue dichiarazioni – deve fare di più”. Deve cioè erogare i soldi promessi. A stretto giro è arrivata tramite i social la risposta di Johnson: “Stiamo avendo delle difficoltà a convincere alcuni dei nostri partner, in particolare la Francia, a fare alcune cose che riteniamo necessarie”, ha scritto il premier su Twitter. Parole a cui ha replicato direttamente il presidente francese Emmanuel Macron: “Johnson non usa metodi seri – si legge nelle dichiarazioni del capo dell’Eliseo – non si parla via tweet”. Il riferimento è anche a una lettera inviata dal capo dell’esecutivo si Sua Maestà scritta allo stesso Macron, nella quale si è chiesto alla Francia di riprendersi tutti i migranti sbarcati negli ultimi giorni in Gran Bretagna. E il botta e risposta è proseguito. Alle dichiarazioni del presidente francese hanno fatto seguito quelle di Johnson: “Non mi pento della lettera inviata a Macron”, ha fatto sapere il primo ministro tramite i propri portavoce.

A ben vedere lo scontro tra Londra e Parigi non ha molto di diverso rispetto a quelli che hanno coinvolto altri governi dell’Ue alle prese con pressioni migratorie derivanti da Paesi terzi. Solo che questa volta le parti sono invertite: è un Paese extra Ue a subire la pressione e a dover pagare un membro comunitario per trattenere i migranti.

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