Nel vedere la pagina Facebook della società, sembra quasi si tratti di un’azienda come tante altre: come prima foto compare, ad esempio, quella della festa di pensionamento di un dipendente con tanto di tavola apparecchiata, bibite e selfie tra colleghi; pur tuttavia, si sta parlando in questo caso della Mellitah Oil & Gas, la società che gestisce il grande terminal petrolifero ed energetico sito per l’appunto nella cittadina costiera libica di Mellitah e vitale tanto per il paese nordafricano quanto per l’Italia. Da lì parte il Greenstream, il grande condotto che porta a Gela il gas naturale che proviene da Bahr Essalam e Wafa e che costituisce il canale di rifornimento più importante per il nostro paese, subito dopo le condutture provenienti dalla Russia. Il terminal è nodo focale attorno cui ruotano gli interessi strategici, in ambito energetico e non solo, del nostro paese nell’ex colonia; la stessa ENI detiene, con la libica NOC (National Oil Company), il 50% dello stabilimento e della società sopra menzionata.

Il problema della sicurezza

Rovesciato il governo di Gheddafi, il terminal di Mellitah è subito diventato punto vulnerabile della presenza italiana in Libia; esposto a danneggiamenti ed assalti da parte delle milizie armate che hanno preso il sopravvento nella zona, la sua funzionalità è stata gravemente compromessa: se prima del 2011 da questo stabilimento veniva condotto in Italia il 20% del gas necessario al soddisfacimento del nostro fabbisogno, già durante il conflitto la percentuale è scesa al 10% ed è per questo che, negli ultimi sei anni, è stato necessario ricorrere a delle formazioni locali per permettere nuovamente un’importante produttività all’interno della grande struttura posta sulle coste della Tripolitania. A far emergere in maniera preponderante il problema della sicurezza di Mellitah, è stato nel luglio del 2015 il rapimento di quattro italiani avvenuto nei pressi del terminal; dopo quell’episodio, è stata intrapresa la decisione di costituire la cosiddetta ‘Brigata 48’, formata sulla carta da miliziani locali e da veterani dell’esercito di Gheddafi la quale, come sua missione, ha da subito avuto quella di proteggere il vitale impianto di Mellitah.

  Pur tuttavia, come evidenziato da diversi analisti locali nella scorsa estate quando, nella vicina Sabrata, è scoppiata una lotta interna alle varie fazioni che si contendevano la città, la Brigata 48 è stata di fatto in gran parte formata da membri del clan Dabbashi; una famiglia, quest’ultima, che con la caduta di Gheddafi ha aumentato il suo potere nella zona fino a controllare gran parte dei traffici illeciti di Sabrata e dintorni, riguardanti soprattutto il traffico di esseri umani. La formazione della Brigata 48 è stata un’occasione per i Dabbashi di aumentare la propria morsa sul territorio; il controllo del terminal di Mellitah, ha fatto acquisire loro maggior prestigio agli occhi degli altri clan e maggiore potere politico e contrattuale. È proprio ai Dabbashi che il governo di Tripoli, secondo le famose inchieste pubblicate ad agosto dalla Reuters e dall’Associated Press, avrebbe stornato i fondi che l’Italia ha girato alla Libia per contrastare le partenze dei barconi verso il nostro paese; la sconfitta maturata dal clan di Sabrata ad inizio ottobre, ha permesso la conquista della città alla cosiddetta ‘Cabina di regia anti ISIS’, creata contro gli islamisiti nel 2016 ed adesso posizionata al fianco di Haftar contro il governo centrale guidato da Al Serray.

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Chi controlla Mellitah?

Cacciati i Dabbashi da Sabrata e ridimensionata, per non dire anch’essa del tutto sconfitta, la Brigata 48, in Libia ma anche in Italia ci si chiede chi di fatto sorveglia la vitale e fondamentale produzione della Mellitah Oil & Gas; una domanda che, oltre a non trovare facili risposte, reca con sé non poche inquietudini e perplessità: il rischio è che il terminal da cui parte il Greenstream sia nuovamente posizionato in un vera e propria ‘terra di nessuno’, esposto in un territorio dove non vi è una forza in grado di riportare ordine e controllo ai danni delle tante milizie armate, pronte a guadagnare con le armi piccole ma importanti fette di questa parte della Tripolitania. Il gruppo che ha sconfitto i Dabbashi a Sabrata, avrebbe subito rivolto le proprie attenzioni anche verso Mellitah, come rivelato ad ottobre dal The Lybia Observer, pur tuttavia la cittadina vicina il terminal non sembra essere stata conquistata interamente dalla Cabina di regia Anti ISIS; attualmente, non è chiaro chi controlla e chi sorveglia gli ingressi al grande hub energetico.

Gli interessi italiani in ballo tra Sabrata e Mellitah

A dire il vero, oltre che il problema della sicurezza, sul futuro del terminal di Mellitah aleggiano ombre riguardanti anche tematiche di tipo meramente economico: se da un lato infatti, come annunciato alla Reuters dai responsabili della Mellitah Oil & Gas, nel 2018 partirà la produzione da altri undici pozzi estrattivi presso l’impianto off shore di Bahr al-Salam, dall’altro in questi giorni si osservano numerose proteste da parte dei dipendenti e degli operai per il mancato pagamento delle ultime mensilità e per l’assenza di un’assicurazione sanitaria. Un clima dunque non certo rassicurante per l’Italia, costretta ad osservare non senza preoccupazioni problemi di sicurezza e di gestione economica del vitale hub di Mellitah da cui, è bene ricordarlo, deriva una quota non secondaria del nostro fabbisogno di gas naturale

Tra Sabrata ed il terminal del Greenstream, nel giro di pochi chilometri di costa tripolina si concentrano al momento due interessi di vitale importanza per le dinamiche future dell’Italia: non solo la produzione e l’arrivo, tramite il gasdotto posto sotto le acque del Mediterraneo, di migliaia di metri cubi di gas, ma anche il problema inerente l’immigrazione e la partenza di centinaia di barconi verso le nostre coste. E’ proprio da Sabrata che, alla volta della Sicilia, salpano i natanti con a bordo i migranti provenienti in gran parte dall’Africa sub Sahariana; il leggero calo estivo delle partenze è stato dovuto ai soldi girati a Tripoli che, a sua volta, li ha stornati al clan di Sabrata poi sconfitto dalle forze vicine ad Haftar. In poche parole, la mancanza di controllo del territorio in questo tratto di costa sta creando non pochi grattacapi al governo di Roma: pochi chilometri separano i porti e le insenature usate dai trafficanti di esseri umani dagli ingressi del terminal di Mellitah, è qui che si gioca la credibilità e la sostenibilità della tutela degli interessi nazionali da parte dell’Italia.

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