In molti si chiedono qual è il destino dei tanti migranti presenti in Tripolitana, all’interno dei centri dove approdano coloro che dall’Africa sub sahariana arrivano in Libia per provare poi ad attraversa il Mediterraneo. Gli scontri – è la domanda che emerge in queste ore – possono influire sulle condizioni dei migranti o incidere su un possibile numero di partenze verso l’Italia?

Migranti usati come soldati?

Domenica sulla tv qatariota Al Jazeera viene trasmesso un servizio che parla proprio dei migranti presenti a Tripoli. Come ben si sa, a partire da giovedì mattina è nell’area della capitale che si concentrano gran parte degli scontri. Ad ovest si combatte tra Sabrata e la periferia di Tripoli, a sud invece nei villaggi e nei paesi vicini l’aeroporto internazionale. Non si conosce bene il numero esatto di centri per migranti in questa zona. Alcuni sono censiti ed all’interno vi è il personale delle Nazioni Unite, presente sia con l’Unhcr che con l’Oim, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni. Altri invece – quelli più pericolosi essendo gestiti direttamente dalle milizie e dai criminali che organizzano le traversate – non risultano ovviamene tra quelli nell’elenco del governo. I giornalisti di Al Jazeera, nel loro servizio, contattano alcuni migranti presenti nel centro di Qasr Bin Ghashir.

Si tratta di una zona pericolosa, qui proprio da domenica si concentrano gran parte degli scontri a sud di Tripoli. Anzi, alcuni video postati poche ore dopo l’inizio dell’operazione di Haftar mostrano cittadini di questa località accogliere festanti gli uomini del generale. Ma la situazione è comunque confusa e i combattimenti sarebbero proseguiti pure successivamente. Del resto a pochi chilometri da qui sorge per l’appunto l’aeroporto e la zona militarmente è quindi strategica. Nel servizio di Al Jazeera, i giornalisti che riescono a mettersi in contatto con i migranti presenti a Qasr Bin Qashir raccontano di essere senza cibo da due giorni: “Chi gestisce il centro è scappato”, raccontano alcuni testimoni. Ma, oltre a questo, emerge anche un altro racconto inquietante: con la promessa della libertà, in molti vengono convinti ad arruolarsi tra le milizie vicine ad Al Sarraj. Secondo i racconti dei migranti, vengono fornite armi e divise e si viene spediti al fronte a combattere contro Haftar. Del resto, numeri alla mano, i migranti presenti sarebbero un esercito nell’esercito: sono in migliaia coloro che sarebbero assiepati a Tripoli, costringere ad accettare molti di loro ad arruolarsi potrebbe ingrossare le fila delle milizie filo governative.

Racconti, questi ultimi, per la verità non confermati. Anzi, in Libia c’è molto scetticismo sui racconti di Al Jazeera. La tv di Doha è la prima nel 2011 a raccontare di fosse comuni dove vengono seppelliti gli oppositori di Gheddafi. Una bugia poi ammessa qualche anno dopo, quando però oramai la guerra contro il Raìs in nome della “difesa della popolazione” ha già preso il sopravvento con le conseguenze ancora oggi ben evidenti. Che però i migranti presenti a Tripoli rischino di rimanere coinvolti negli scontri non è un mistero. Anzi, anche la stessa Unhcr parla del pericolo determinato non solo dall’incolumità fisica messa a rischio dagli scontri, ma anche di quello inerente la fuga di chi gestisce i centri, dichiarati e non, a causa dell’avvicinarsi del fronte. E così, secondo le Nazioni Unite, centinaia di migranti rischiano di non essere più serviti.

Ci sono rischi per un’impennata degli sbarchi?

La rotta libica, pur se ridimensionata dell’80% nel 2018, non è comunque mai del tutto chiusa. All’inizio del 2019 si assiste per di più ad una leggera ripresa del numero delle partenze. Questo perché le tensioni lungo l’asse Tripoli-Misurata (che da quando Haftar attacca appare nuovamente essersi cementificato) fanno sì che i controlli vengano allentati lungo la costa. E così  da Sabrata e Garabulli si torna a partire anche se con un’intensità minore rispetto agli anni precedenti. Adesso che le forze vicine ad Al Sarraj sono concentrate nella difesa di Tripoli, rischia di lasciare terreno libero agli scafisti ed ai trafficanti.

Al momento, da quando è iniziata la battaglia, non si registrano significative variazioni nei flussi che interessano la rotta libica. Ma il pericolo indubbiamente è dietro l’angolo. Anche se, dall’altro lato, è pur vero che lo stesso Al Sarraj per continuare ad avere appoggi politici ha tutto l’interesse a dimostrare di essere ancora in grado di fermare le partenze. Solo nelle prossime settimane sarà possibile valutare l’impatto della battaglia nella capitale sulla questione migratoria.

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