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Pubblicità e immigrati, soft power e una politica migratoria programmata dall’alto. Così la Cina prova a sedurre gli abitanti di Hong Kong senza sparare un colpo di cannone e porre così fine a tre estenuanti mesi di proteste. I manifestanti, usando il pretesto della legge sull’estradizione forzata in Cina, hanno alimentato il sentimento pro democrazia degli hongkonghesi, desiderosi nel ribadire, anche a costo di usare la violenza, il loro ferreo no a Pechino. Il governo cinese si è ritrovato tra le mani un problema più grande del previsto: ha sbagliato a ignorarlo, sperando che tutto si aggiustasse come per magia, ma ha sbagliato anche a temporeggiare, facendo allargare a dismisura le proteste. 

Sedurre Hong Kong

A pochi chilometri da Hong Kong ci sono i blindati mandati da Pechino, ufficialmente per effettuare un’esercitazione a Shenzen. Ma il perché della loro presenza è chiaro a tutti: mandare un chiaro messaggio ai manifestanti, che nelle ultime settimane hanno tirato troppo la corda provocando scene degne della migliore guerriglia urbana. La Cina non ha alcuna intenzione di usare la forza, rovinando la propria immagine e macchiandosi di sangue nel momento della sua ascesa alla conquista del mondo. E allora ecco il piano B: sedurre Hong Kong con una narrazione particolare. Come fa notare un reportage della Stampa, Pechino ha iniziato a bombardare di pubblicità i canali televisivi più guardati dagli hongkonghesi.

La narrazione pubblicitaria

L’obiettivo della Cina è far dubitare i cittadini di Hong Kong, soprattutto i più giovani, cioè la fascia costretta a toccare con mano le difficoltà di vivere in una città sì libera ma ricca di diseguaglianze. La Cina è meglio di Hong Kong, la Cina è più vivibile, in Cina non dovete abitare in celle di pochi metri quadrati: più o meno è questo il senso degli spot. Molti hongkonghesi sanno che la Cina, per certi versi, offrirebbe loro vantaggi innegabili: case più vivibili, opportunità lavorative, spazio. Ma la libertà, per alcuni, è un valore non negoziabile.

L’arma dell’immigrazione

C’è poi chi sottolinea come Pechino starebbe invadendo Hong Kong usando l’arma dell’immigrazione pianificata. Molti manifestanti sostengono che la Cina invii di proposito centinaia di cinesi al giorno pronti a stabilirsi nell’ex colonia britannica. E che per questo motivo i prezzi delle case aumenterebbero a dismisura, così da stritolare i locali e costringerli a una vita misera. Hong Kong potrebbe diventare cinese per via demografica, in modo da evitare al Dragone di dover ricorrere all’utilizzo della forza. Intanto la Cina ha cambiato i suoi piani: se negli anni scorsi considerava Hong Kong un punto cardine del progetto di sviluppo denominato Greater Bay Area, ora Pechino ha deciso di puntare tutto su Shenzen. E chissà che le aziende cinesi e le altre multinazionali di base a Hong Kong non scelgano di spostare il loro quartiere generale pochi passi più a nord, attirate dalle ultime riforme varate dal Partito comunista cinese. È l’arma del soft power: in certi casi ha funzionato. Vedremo se funzionerà anche a Hong Kong. Di sicuro, per portare dalla propria parte i manifestanti la Cina dovrà essere assai convincente.

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