Il sospetto è purtroppo realtà. Ciò di cui già si parla da settimane, risulta confermato dai fatti: i migranti in Libia vengono forzati nel partire verso l’Europa. Nessun flusso spontaneo, nessuna reale emergenza che giustifichi alla base un possibile nuovo aumento degli approdi lungo le nostre coste. Semplicemente i trafficanti, cercando di sfruttare una serie di contingenze, adesso vogliono rilanciare e puntare ad incrementare nuovamente i propri illeciti affari. Anche a costo, per l’appunto, di forzare la volontà degli stessi migranti e spedirli in mare a suon di torture e soprusi.

Il perché della nuova terribile strategia degli scafisti 

Come detto, alla base di tutto vi sono delle contingenze che ai trafficanti di esseri umani non sfuggono affatto. Loro, abituati ad avere le tasche piene di soldi grazie ad business mandato avanti senza il minimo scrupolo e rispetto verso la vita umana, non ci stanno ad arrendersi al ridimensionamento delle rotte nel Mediterraneo centrale.

Purtroppo, è dura constatarlo ma è anche doveroso intellettualmente, quello dei migranti è un business e funziona come tale: lì dove si registra una crisi di questo macabro mercato, si cerca di compensare guardando ad altri mercati. E così, con il calo dell’80% degli sbarchi provenienti dalla Libia, i trafficanti iniziano a guardare verso altre sponde del Mediterraneo. In primis, in quella marocchina da cui parte verso la Spagna e, in secondo luogo, tentando di rianimare le rotte lungo l’Egeo. Questo vuol dire, per i ricchissimi e potenti capi delle organizzazioni criminali presenti in Libia, la perdita dei loro guadagni ed il ridimensionamento del proprio potere. Per anni, grazie allo stallo libico, i trafficanti fanno il bello ed il cattivo tempo: gestiscono la logistica, guadagnano migliaia di Euro per ogni singolo migrante che parte ed hanno anche un certo peso nel controllo di determinate zone della Libia. 

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Non sono però solo libici, oltre ai clan locali vi sono quelli della mafia nigeriana, così come della malavita tunisina ed egiziana e di altri paesi africani. L’instabilità in Libia raduna dopo la fine di Gheddafi centinaia di criminali che iniziano a lucrare sulle spalle di migliaia di potenziali migranti. Dal mese di agosto del 2017, dagli accordi cioè tra Italia e Libia voluti dall’allora ministro dell’interno Marco Minniti, i flussi iniziano a calare. Con l’insediamento al Viminale di Matteo Salvini, vengono anche chiusi i porti. Per questo, rispetto al periodo di apice della crisi migratoria, gli affari per i clan del traffico di esseri umani risultano ridotti al minimo. Oggi però accade che, tra Tripoli e Misurata, scoppiano tensioni ed instabilità politiche. Alcuni gruppi misuratini legati al premier Al Sarraj iniziano a boicottare il governo sia sotto il profilo politico che della sicurezza. E così, per i trafficanti, tornano ad aprirsi dei varchi. A Garabulli, città simbolo del business dell’immigrazione che si trova a metà strada tra Tripoli e Misurata, si torna a far imbarcare le persone. I trafficanti vedono nuovamente diminuiti i controlli.

Un’occasione troppo ghiotta per cercare di riavviare le rotte del Mediterraneo centrale. Da qui le forzature e le violenze. Mare calmo o mosso, tempesta o non tempesta, i barconi devono tornare a riempirsi secondo la logica dei trafficanti. E chi non vuole partire, viene torturato od addirittura ucciso. 

Le prove delle torture

E adesso di tutto ciò ci sono le prove. Non solo video e filmati estrapolati dai campi di detenzione, peraltro già ben noti da anni e diffusi da tempo sulla rete, ma anche vive e drammatiche testimonianze. Chi sbarca dai barconi messi in navigazione nel Mediterraneo in questo mese di gennaio, racconta di torture inflitte e di minacce anche verso i familiari rimasti in patria. Una forzatura che manda a morire, soltanto nell’ultimo mese, decine di migranti. Ma anche i parlamentari che domenica scorsa salgono a bordo della nave Sea Watch parlano di evidenti ferite da tortura e da vessazioni sui corpi di alcuni migranti. In un’intervista rilasciata a Libero, l’esperto di intelligence Vincenzo Cotroneo conferma queste ipotesi: “La folle rincorsa degli scafisti a riempire i gommoni – si legge nelle sue dichiarazioni – può condurre a momenti di disagio e disordine febbrile nelle zone di attesa, che sfociano in violenze che i gestori dei campi di attesa esercitano su coloro che aspettano l’ imbarco. In certi casi si arriva anche all’uccisione”. 

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Ecco perché arrivano dunque le forzature, con i trafficanti che non si curano ovviamente nemmeno delle possibili conseguenze dovute alle partenze con il mare mosso. Anzi, come già svelato dai servizi segreti nei giorni scorsi, gli scafisti cercano la strage. Presentare ai media un conto salato di vittime nel Mediterraneo, potrebbe indurre l’opinione pubblica ad aprire nuovamente le maglie dell’accoglienza a tutti i costi. Ed a tutti i costi, dall’altra parte del Mediterraneo, si potrebbero far partire ancora migliaia di persone illuse di poter arrivare in Europa. 

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