Secondo l’agenzia turca Anadolu il governo di Ankara ha dato il via alla prima ondata di reinsediamento dall’inizio dell’offensiva anti-Isis “Scudo dell’Eufrate”. Sarebbero diverse centinaia i rifugiati, tra donne e bambini, giunti nella città turca di Karkamış –  dove vengono effettuati i controlli di sicurezza necessari – per poi fare ritorno nella città siriana di Jarablus.Per approfondire: La Turchia apre un secondo fronte in SiriaAnche Karkamış, nella provincia turca di Gaziantep, era stata evacuata dopo che i baghdadisti avevano lanciato colpi di mortaio nei giorni precedenti all’intervento di Ankara. Le manovre di reinsediamento sono monitorate anche dal Free Syrian Army (Fsa) che è stato partner dell’operazione di “bonifica” sin dall’inizio. Il generale Saif Abu Bakr, comandante della divisione Hamza, una fazione ribelle affiliata al Fsa ha detto ad Al Jazeera che “circa 250 a 300 civili, tra uomini donne e bambini, sono stati trasportati indietro attraverso il di confine” . Barkr, da Jarablus, ha anche affermato che “non ci sono state pressioni da parte di Ankara” e che “tutti i rimpatriati hanno chiesto di tornare”.Nel corso dell’operazione transfrontaliera denominata “Scudo dell’Eufrate”, scattata mercoledì 24 agosto in concomitanza con la visita del vicepresidente americano Joe Biden al parlamento di Ankara, i ribelli siriani del Fsa hanno fatto da boots on the ground al piano militare con cui la Turchia ha liberato la città frontaliera di Jarablus e respinto i miliziani dello Stato islamico a sud-ovest, nella zona di al Bab.Tra i gruppi ribelli coinvolti c’è un potpourri di formazioni islamiste che va dai turkmeni della Brigata del Sultano Murat, a diversi gruppi anti-Assad provenienti dalla zona di Aleppo ed i salafiti ultraconservatori di Ahrar al Sham. Dal canto suo Ankara ha coperto la missione cointestata con i “ribelli moderati” sparando salve d’artiglieria e inviando oltre confine 350 soldati delle forze armate tra cui 150 dei corpi speciali. L’operazione è stata appoggiata dagli Stati Uniti che hanno contribuito mettendo a disposizione sia forze speciali che raid dell’aviazione.Per approfondire: Obiettivo Raqqa: ma chi combatterà?“Jarablus è stata liberata”. Lo ha annunciato il presidente turco Recep Tayyip Erdogan durante una manifestazione che si è tenuta due settimane fa nella città di Gaziantep, a sud della Turchia, dove è scoppiato il presunto “casus belli” che ha portato all’intervento anti-Isis di Ankara dopo che, lo scorso 21 agosto, un attentato di matrice jihadista ha causato 51 morti e circa 70 feriti prevalentemente di etnia curda. “Il nostro paese, la nostra nazione – aveva allora dichiarato Erdogan in seguito ai fatti di Gaziantep –  non possono che reiterare un solo e unico messaggio a coloro che ci attaccano: sarete sconfitti”.Il nome dato all’operazione anti-Isis individua sin da subito tra i nemici anche le forze curdo-siriane delle Unità di Protezione Popolare (Ypg) che combattono lungo il confine turco ormai da mesi nella speranza di ascrivere i territori ad est dell’Eufrate al loro progetto indipendentista di unificazione del Rojava. Anche il foreign fighter Davide Grasso, piemontese di 36 anni, dalle file di Ypg è comparso in un video diffuso su Youtube condannando le operazioni militari di Ankara a nord della Siria. Il portavoce del Pkk curdo ha accusato Ankara di voler “colpire i curdi, non lo Stato islamico”.Nel frattempo la Turchia si candida per le operazioni militari per riconquistare Raqqa, la capitale siriana del Califfato. Secondo quanto riportato dai quotidiani turchi, Erdogan – di ritorno dal G-20 – avrebbe rivelato che “Obama vuole intervenire congiuntamente a Raqqa”. La questione, sempre secondo la stampa turca, verrà discussa nei prossimi giorni. Ma le novità dal G-20 di Hangzhou sono tante. Come già raccontato su Occhi della Guerra, il presidente turco ha rinnovato la proposta dell’istituzione di una “no-fly zone” nel nord della Siria, durante gli incontri bilaterali intercorsi con il presidente americano Barack Obama e con il presidente russo Vladimir Putin.nuova stripLa “no-fly zone”, con cui Erdogan vorrebbe mettere in sicurezza la fascia di confine che si estende per 600 chilometri quadrati per dare alla popolazione “l’opportunità di vivere in pace nella loro terra e nelle proprie case”, di fatto, gli consentirebbe di ritagliarsi un ruolo da mediatore nella crisi siriana e di scongiurare la minaccia di un’entità autonoma curda lungo il confine turco. Adesso, grazie alle operazioni di ripopolamento “spontenee” avviate in queste ore nelle aree a nord della Siria, la proposta del sultano scartata dalla Casa Bianca potrebbe risultare molto più convincente. 

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