Nel rapporto dell’Ocse è contenuto un allarme per l’Italia. In particolare, è stato stimato l’arrivo, da qui alla fine dell’anno, di complessivi 175mila profughi. Nel report si fa riferimento proprio a quest’ultimo termine: profughi e non migranti. La cifra quindi indicata riguarda i cittadini ucraini che, a causa del conflitto, chiederanno assistenza al nostro Paese. Un numero importante e delicato da gestire. Specie se al dato riguardante coloro che scappano dalla guerra si aggiunge quello inerente i migranti che sbarcano lungo le nostre coste. L’allarme dell’Ocse ha a che fare soprattutto con i costi economici dell’accoglienza: all’Italia l’emergenza relativa ai profughi ucraini potrebbe costare fino allo 0.1% del Pil, non una cifra di poco conto in termini di miliardi di Euro.

Una cifra che desta perplessità

L’Italia nel biennio 2016-2017 è andata in difficoltà sul fronte migratorio in quanto il numero degli approdi irregolari ha raggiunto livelli record, mai più ripetuti. Nel 2016, in particolare, sono arrivati nel nostro Paese 181.436 migranti, nell’anno successivo la cifra è scesa a 119.310, ma solo per un rallentamento dei flussi nel secondo semestre. Diversamente, nel 2017 si sarebbero eguagliati i dati della precedente annata. In quel frangente al Viminale si sono alternati Angelino Alfano, in carica con il governo Renzi caduto poi nel dicembre 2016, e Marco Minniti, il quale ha preso le redini del ministero dell’Interno in quanto membro del governo Gentiloni. Con quest’ultimo esecutivo si è cercato di dare un primo argine al flusso degli sbarchi. Prima con il cosiddetto “codice delle Ong”, volto a disciplinare l’azione delle navi umanitarie, poi con gli accordi stretti con il governo libico. Il motivo per cui Minniti ha messo mano ai due provvedimenti è dovuto proprio alla difficoltà legata a quei numeri. Per l’Italia gestire l’ingresso in due anni di quasi 300mila migranti ha rappresentato un autentico salasso. In termini economici, ma anche organizzativi e logistici.

L’Ocse adesso parla di una cifra molto vicina al record del 2016. In particolare, sarebbero come detto almeno 175mila i profughi ucraini che entro la fine dell’anno varcheranno il nostro confine. Al momento dovremmo essere fermi intorno ai 90mila, quindi poco più della metà di quanto previsto entro dicembre. Ben si comprende allora il potenziale allarme per l’Italia. Anche perché ai 175mila ucraini, si dovrebbero aggiungere i migranti in arrivo tramite le rotte del Mediterraneo. Un flusso crescente quest’ultimo rispetto al 2021. Dal primo gennaio a oggi sono arrivati nelle coste italiane 21.193 migranti, nello stesso periodo dello scorso anno la cifra si è fermata a 15.195. Considerando che il 2021 si è chiuso con 67.040 migranti arrivati irregolarmente, se l’attuale trend dovesse essere confermato a fine 2022 il numero delle persone sbarcate potrebbe sforare quota 80.000. Tra profughi e immigrati salpati dal nord Africa, l’Italia potrebbe dover ospitare quindi un totale di 255mila persone. Una soglia molto vicina a quella che tra il 2016 e il 2017 ha creato problemi al nostro Paese.

L’Ocse ha stimato che Roma dovrebbe poter arrivare a spendere lo 0.1% del Pil solo per ospitare i profughi ucraini. Questo significa dover trovare importanti risorse, non solo economiche ma anche logistiche per far fronte all’emergenza. In un contesto contrassegnato dai timori legati all’economia, peraltro sottolineati nel rapporto Ocse, l’estate 2022 potrebbe essere una delle più calde per Palazzo Chigi.

L’arma di Putin

Il problema non riguarderà solo l’Italia. Del resto il Cremlino, come spiegato su InsideOver, i suoi calcoli li aveva fatti già prima dell’intervento militare in Ucraina. Se l’Europa ha risposto con le sanzioni alle azioni russe, Mosca è ben consapevole di poter a sua volta controbattere con l’arma dell’immigrazione. Generare verso il Vecchio Continente un flusso di profughi senza precedenti, in un momento delicato per l’economia europea non pienamente ristabilitasi dagli effetti della pandemia e in preda alle turbolenze provocate dall’alta inflazione e dall’aumento dei costi delle materie prime, vuol dire per mosca provare a destabilizzare la situazione. E quindi sperare di poter avere uno strumento contrattuale in più nelle proprie mani.

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