Kelly M. Greenhill insegna scienze politiche e relazioni internazionali alla Tufs University ed è ricercatrice di Harvard presso la Kennedy School of Government. È autrice di «Armi di migrazione di massa. Deportazione, coercizione e politica estera» pubblicato  in Italia da Leg Edizioni con prefazione di Sergio Romano e Gianandrea Gaiani. Un saggio quanto mai attuale, quello della nota ricercatrice, vera e propria luminare in questo ambito: tesi dell’autrice è che i grandi numeri di migranti rappresentino una minaccia utilizzata da realtà politiche per perseguire i propri obiettivi politici e geo-strategici, a volte contro le democrazie liberali – particolarmente esposte nei confronti delle dinamiche migratorie – talvolta nei confronti dei regimi.

Una vera e propria arma, quella dei flussi migratori, altamente efficace. Abbiamo parlato con la professoressa Greenhill della crisi europea dei rifugiati che sta particolarmente colpendo il nostro Paese, esposto in prima linea sul fronte del Mediterraneo, nonostante le recenti – e tardive – strategie messe in campo dal governo e dal ministro degli Interni Marco Minniti abbiano messo un freno agli sbarchi sulle nostre coste e alcune ONG abbiano deciso di abbandonare le proprie attività. Ciò è successo dopo che la Marina libica, fedele al governo del premier Fayez Sarra, ha imposto a tutte le navi straniere il divieto di soccorrere i migranti entro un perimetro molto più esteso rispetti alle 12 miglia territoriali.

Dottoressa Greenhill, cosa ne pensa dell’attuale crisi dei rifugiati in Italia? Il governo ha deciso di varare delle missione navali a supporto a Guardia Costiera libica ed è stato introdotto un codice di condotta per le ONG operanti nel Mediterraneo. Pensa che si tratti della strategia corretta? Gli sbarchi sembrano essere diminuiti.

Non c’è una risposta semplice su quale sia la strategia corretta da attuare per affrontare l’attuale emergenza migratoria in corso. La mia risposta è subordinata da diverse altre questioni, tra cui “quali sono le alternativi fattibili e percorribili”? E qual è l’obiettivo del governo nel perseguire l’attuale piano? In altre parole, è facile sottolineare i pericoli e le imperfezioni dell’approccio scelto, ma ciò è scorretto e ingiusto senza una comprensione delle opzioni e dei vincoli sotto i quali il governo sta operando. E dato che l’Unione europea ha fornito un’assistenza insufficiente all’Italia e ad altri paesi in prima linea, tali vincoli si sono acutizzati.

Alcune ONG sono finite sotto inchiesta – come la tedesca Jugend Rettet – con l’accusa di favoreggiamento all’immigrazione clandestina. Pensa che queste organizzazioni siano spinte dall’ideologia? O cos’altro?

Le organizzazioni non governative, come tutte le entità, sono guidate dalle rispettive mission. Talvolta, idee e convinzioni ideologiche personali o di gruppi si allineano a tali mission – e talvolta non no. E come le altre organizzazioni – siano esse ONG, governi o imprese private – esse non sono monolitiche. Vi è spesso un’ampia varietà di opinioni e idee al loro interno sulle quali basare il processo decisionale e quali politiche perseguire. Ad esempio, alcuni possono credere al valore universale  dei diritti umani, altri che l’obbligo primario di uno Stato sia quello di guardare ai propri cittadini.

Il presidente francese Emmanuel Macron ha sempre sostenuto che la Francia non intende accogliere migranti economici ma solamente rifugiati. Lei cosa ne pensa?

Non c’è nulla di particolarmente nuovo o di diverso nell’indicare la volontà di accogliere i rifugiati, ma non i migranti economici. L’interrogativo, semmai, è su come viene determinato lo status di rifugiato piuttosto che di migrante economico. Sorge un dilemma, perché le persone potrebbero enfatizzare le proprie storie personali per aumentare le probabilità di non essere rimpatriati.

L’Europa dovrà fare i conti con il surplus demografico africano. Qual è la strategia migliore? Investire nei Paesi di provenienza dei migranti per arginare le migrazioni future?

Migliorare le opportunità di vita per le persone nei loro paesi di origine, in termini di occupazione, sicurezza e stabilità, diminuirà gli incentivi a fuggire nel lungo periodo. Tuttavia, mentre conosciamo molto bene cosa accade quando mettiamo in atto una buona governance, uno stato di diritto e l’uguaglianza nelle opportunità, sappiamo meno come attuare e sostenere questi durissimi periodi di transizione in questi ambienti – combattendo efficacemente la corruzione e l’illegalità. In altre parole, sappiamo cosa ci vuole; non sappiamo bene come farlo.

Questa crisi ha precedenti nella storia?

Dipende a quale aspetto della crisi si fa riferimento: grande masse popolari si sono spostate a causa della guerra, della fame, dei cambiamenti demografici, da tempo immemorabile. Tuttavia, la “tempesta perfetta” dei conflitti mortali, dei cambiamenti ambientali e demografici, uniti ai progressi nell’ambito della tecnologia e della comunicazione, oltre alla particolare configurazione politica dell’Unione Europea – che unisce elementi nazionali e sovranazionali – rende questa crisi unica. E probabilmente anche una sfida unica, sotto molti aspetti.

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