“Abbiamo raggiunto il limite”: è questo l’annuncio dato nelle scorse ore dal governo greco, il quale ha messo in guardia circa la possibilità di continuare a far fronte al continuo flusso migratorio proveniente principalmente dalla Turchia. E adesso sull’Europa sembra calare una nuova “bomba migratoria”, con Atene pronta a chiedere massima solidarietà da parte di tutti gli altri Paesi comunitari.

I numeri delle rotte orientali

C’è una cifra in particolare che ha fatto impallidire autorità greche e responsabili internazionali della gestione dei flussi migratori: 10.551, è il numero dei migranti entrati in Grecia nel solo mese di settembre. Per dare l’idea, in Italia nel corso dell’intero anno sono entrati complessivamente poco più di 11mila migranti. In un solo mese, nelle isole dell’Egeo sono arrivati tanti migranti quanti ne sono entrati nel nostro Paese in tutto il 2019. Ma non solo: 10.000 è anche il numero di persone che il governo guidato da Kyriakos Mitsotakis, eletto a luglio, è riuscito faticosamente a trasferire sulla terraferma. Con alcune nuove norme che hanno previsto un importante giro di vite sulla gestione dell’immigrazione e della sicurezza, Atene ha fatto in modo per l’appunto che 10.000 migranti potessero lasciare le isole dell’Egeo e raggiungere strutture più attrezzate della Grecia continentale.

Sforzi importanti, che però non sono serviti a nulla visto che, come detto, nel solo mese di settembre è arrivato lo stesso numero di migranti partito verso la terraferma. In totale, come ha fatto sapere il governo greco e come sottolineato nelle scorse ore anche da un servizio della Bbc, sono 40mila i migranti all’interno dei campi profughi delle isole elleniche, sempre più difficili da gestire. Nella Grecia continentale sono presenti altri 50mila migranti, per un totale di 90mila persone di cui l’esecutivo di Mitotakis deve farsi carico. Dalla Grecia a Cipro la situazione appare la stessa: anche sull’isola i numeri appaiono impietosi, segno di come è l’intera rotta del Mediterraneo orientale ad essere tornata vicina alla situazione di emergenza vissuta qualche anno fa. Il governo di Nicosia ha di fronte una situazione potenzialmente esplosiva: “A questo ritmo avremo 100mila rifugiati e migranti economici entro i prossimi cinque anni e già oggi abbiamo il numero pro capite di richieste di asilo più alto di tutta l’Ue”, ha dichiarato il ministro dell’interno Constantinos Petrides.

Le cause dell’emergenza

La rotta orientale si è riaperta: tra il 2015 ed il 2016 la Grecia ha rappresentato un punto di partenza per quella che ha preso poi il nome di “rotta balcanica“. In pochi mesi dalla Turchia sono sbarcati migliaia di migranti, più di mezzo milione, molti dei quali dalla penisola ellenica sono risaliti verso quella balcanica per raggiungere i Paesi del nord Europa. Un fenomeno che ha destabilizzato politicamente diversi governi, alcuni dei quali, come quello ungherese guidato da Viktor Orban, hanno deciso il congelamento della frontiere. Questo ha fatto sì che la Grecia abbia iniziato a trattenere un buon numero di migranti sbarcati nelle isole dell’Egeo. Il Paese, in grave crisi economica, non ha mai avuto mezzi e uomini sufficienti ad affrontare la situazione. E così in tanti hanno iniziato ad affollare improvvisati campi profughi. Nel 2016 l’Ue, su spinta di una Germania anch’essa in crisi per l’alto numero di migranti arrivati, ha deciso di stipulare un accordo con la Turchia: tre miliardi di Euro all’anno in cambio del trattenimento dei rifugiati siriani nel territorio del Paese anatolico.

La rotta balcanica si è subito ridimensionata, in Grecia gli arrivi sono drasticamente calati. Ma adesso, come detto, il contesto è nuovamente in procinto di mutare: dalla Turchia si è tornati a partire ed Atene ora denuncia un possibile collasso nella gestione dell’emergenza. Del perché il flusso migratorio nel Mediterraneo orientale è tornato ad essere preoccupante possono essere messe sul piatto diverse spiegazioni. A partire dalle minacce di Erdogan nei mesi scorsi: Grecia e Turchia di recente sono ai ferri corti per il memorandum firmato da Ankara e Tripoli che ridisegnano i confini marittimi e taglia fuori Atene dalle rotte commerciali del Mediterraneo orientale. Ma già da questa estate le tensioni erano latenti per via della crisi innescata dalle pretese turche di sfruttare, per tramite della repubblica turca di Cipro, i giacimenti di idrocarburi a largo delle coste cipriote. E quando l’Ue ha imposto (modeste) sanzioni, Erdogan ha minacciato la riapertura delle rotte migratorie. 

E sembra che quelle “promesse” oggi siano state mantenute. Il governo greco ha sottolineato come, a partire dal mese di luglio, non è passato giorno senza contare almeno uno sbarco nelle isole dell’Egeo. Il premier Mitsotakis ha approvato una serie di misure volte a potenziare i controlli ed a destinare maggior personale al controllo delle frontiere ed agli uffici per le pratiche relative alle domande di diritto d’asilo. Ma oramai, secondo il governo ellenico, da sola Atene non può più andare avanti. E la situazione, anche a livello europeo, è destinata a complicarsi.

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