La maggior parte dei migranti sbarcati illegalmente in Italia nel 2022 proviene da Egitto e Tunisia, due Paesi di cui il nuovo governo di Giorgia Meloni farebbe bene a occuparsi quanto prima. L’aumento dei flussi migratori, previsto da InsideOver, è il sintomo di una crisi economica e sociale che viene da lontano e che potrebbe avere gravi conseguenze non solo nel nostro Paese, ma in tutto il Mediterraneo. La nazione del presidente-generale Abdel Fattah al Sisi, ad esempio, vende gas naturale all’Europa ma non ha soldi per acquistare mangimi: gli allevatori sono costretti ad abbattere migliaia di pulcini e presto la carne potrebbe cominciare a mancare nei mercati.

Secondo l’agenzia di statistiche nazionale Capmas, il tasso di povertà nel Paese arabo più popoloso al mondo, con i suoi oltre 100 milioni di abitanti, è del 29,7%, mentre l’inflazione è salita al 16 per cento: circa 30 milioni di persone potrebbero presto non avere più denaro per sfamarsi. Ma la Tunisia è messa peggio. La gente si azzuffa per accaparrarsi panetti di zucchero, gli scaffali sono vuoti e i panettieri che non ricevono aiuti statali da 14 mesi minacciano di chiudere bottega. Ma la cosa più preoccupante è che a fuggire dal Paese nordafricano più vicino alle coste dell’Italia sono sempre più tunisini dei ceti medio-alti.

Flussi in aumento

Secondo i dati del Viminale, almeno 16.275 egiziani sono arrivati sulle coste italiane dall’inizio dell’anno fino alla mattina del 25 ottobre, in aumento del 214 per cento rispetto ai 5.182 sbarchi dello stesso periodo del 2021. Nell’anno in corso si è andata consolidando la cosiddetta rotta della Libia orientale, che vede gli egiziani salpare non solo dalle coste della Tripolitania ma anche della Cirenaica dominata dal generale Khalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica noto in Italia per aver sequestrato per 108 giorni i 18 pescatori di Mazara del Vallo.

I tunisini arrivati sulle nostre coste sono 16.130, ovvero 2.000 in più (+14,15 per cento) rispetto allo stesso periodo del 2021. Tra questi anche tanti minori non accompagnati, incluso il clamoroso caso della bimba tunisina di quattro anni sbarcata sola a Lampedusa a bordo di una carretta del mare insieme ad altri migranti. Flavio Di Giacomo, portavoce a Roma dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), ha detto all’Agenzia Nova che i flussi migratori irregolari dalla Tunisia verso l’Italia “stanno cambiando”. Non sbarcano più solo ragazzi disoccupati, ma anche professionisti della borghesia tunisina. “Questo vuol dire che la situazione in Tunisia, economica e non solo, è diventata così grave che anche i ceti medio-alti cominciano a partire”.

Il salvataggio del Fondo monetario

Una boccata di ossigeno per le vuote casse dei due Paesi arabi potrebbe arrivare dal Fondo monetario internazionale. Sabato 15 ottobre, l’Fmi le autorità della Tunisia hanno raggiunto un accordo preliminare per un programma di finanziamento di 1,9 miliardi di dollari: è la metà di quanto speravano i tunisini, ma dovrebbe bastare per mettere una toppa. Ma i primi fondi dovrebbero arrivare non prima di gennaio 2023 e nel frattempo i tunisini saranno costretti a tirare la cinghia.

Presto il Fondo potrebbe erogare un nuovo prestito anche all‘Egitto, il cui tracollo è stato finora evitato grazie al gas scoperto dall’Eni e ai petrodollari forniti dai Paesi arabi del Golfo: Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein e recentemente anche i rivali del Qatar. Soldi in cambio di cosa? Probabilmente privatizzazioni, fluttuazioni delle monete nazionali, graduale rimozione dei sussidi statali: tutte misure giuste dal punto della sostenibilità macroeconomica dei due Stati, ma che potrebbero avere un forte impatto sociale sulle popolazioni.

La storia si ripete

Per decenni, l’accesso delle popolazioni ai generi alimentari sovvenzionati (pane, farina, zucchero ma anche carburanti) ha fatto la differenza tra la stabilità autoritaria e il caos in Medio Oriente. Nel 1977, il tentativo (fallito) del presidente egiziano Anwar Sadat di tagliare i sussidi per il pane fomentò rivolte popolari che provocarono 171 morti e centinaia di feriti.

Nel 1983-84 fu il presidente tunisino Habib Bourguiba ad affrontare rivolte per il pane dopo aver eliminato i sussidi su grano e semola. L’aumento dei prezzi delle materie prime (causato all’epoca da Stati Uniti e Canada) contribuì allo scoppio delle proteste in Tunisia nel 2008-2009 e al rovesciamento del presidente Zine El Abidine Ben Ali nel 2011.

Un decennio dopo, nel 2018-19, la rimozione dei sussidi per il pane in Sudan contribuì a far ripartire la rivolta popolare che portò alla deposizione del presidente Omar al Bashir. Ora la storia sembra ripetersi. Ecco perché l’Italia dovrebbe prestare particolare attenzione a una nuova, possibile ondata migratoria non solo da est, ma anche da sud.

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