La Giordania è diventata il simbolo dell’accoglienza. Con lo scoppio della guerra civile siriana e la conseguente ondata di profughi, il regno hashemita si è distinto per aver accolto oltre un milione di persone provenienti dalla Siria.

La Giordania esempio di accoglienza per l’Europa

Una situazione che spesso in Europa è stata portata come esempio da seguire per gli Stati del Vecchio continente. Più di un editoriale è stato speso per descrivere con parole benigne la monarchia mediorientale che, a differenza degli Stati europei, avrebbe “aperto il cuore ai migranti”. I numeri, in effetti, sono stati impressionanti. Secondo le Nazioni Unite la Giordania aveva ancora nel 2016 la seconda percentuale più alta di rifugiati siriani sull’intera popolazione del Paese.

Solo il Libano è riuscito a fare di meglio. Numeri impressionanti che hanno portato alla costruzione di uno dei campi profughi più grandi del Medio Oriente. Il campo di Zaatari, situato nel nord della Giordania, era infatti diventato il terzo “centro abitato” più grande del Paese, con 125mila persone. I dati, dunque, sembrano dare conferma ai giudizi benevoli elargiti nei confronti del regno hashemita.

La nuova strategia per “integrare” i siriani in Giordania

Sembra che tuttavia nell’ultimo periodo la Giordania abbia cambiato atteggiamento nei confronti dei profughi provenienti dalla Siria. Nello scorso marzo 2017 il governo giordano aveva infatti annunciato, in collaborazione con la Banca Mondiale, un cambiamento di strategia per far fronte alla crisi siriana.Nello specifico il regno hashemita si impegnava a offrire strumenti sociali adeguati per inserire i rifugiati siriani nel tessuto economico del Paese di accoglienza.

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Prima di allora, infatti, i siriani giunti in Giordania venivano per la maggior parte alloggiati nei campi profughi ed erano così strettamente dipendenti dagli aiuti internazionali. Un’iniziativa che è stata concretizzata con l’elargizione di 50 milioni di dollari arrivati dalla Banca Mondiale e diretti al governo giordano.Questi soldi, tuttavia, potrebbero non essere goduti dai siriani fuggiti dalla guerra civile. Perchè? Il piano di inserimento nell’economia previsto dal regno hashemita punta, ovviamente, su manodopera qualificata. Risulta però che la maggior parte dei profughi siriani provenga dalle aree rurali del sud del Paese e che quindi facesse parte della classe agricola della Siria.

Human Rights Watch denuncia le autorità giordane

Non è dunque la manodopera qualificata per l’economia urbana ricercata dal Governo giordano. Così il programma di integrazione è stato “riadattato” per le nuove esigenze. È uscito infatti recentemente un report pubblicato dall’ONG Human Rights Watch che denuncia “le autorità giordane per non aver rispettato la legge internazionale e per aver espulso numerose famiglie siriane senza giusta causa”. Il report composto da 27 pagine descrive come nei primi mesi del 2017 siano stati espulsi ben 400 rifugiati siriani. Secondo l’ONG americana non ci sarebbero state ragioni per l’espulsione e anzi, l’azione del Governo, avrebbe messo a rischio l’incolumità stessa dei rifugiati costretti a tornare da dove erano fuggiti.

Il report include 35 testimonianze di rifugiati siriani ancora presenti in Giordania e altre 13 di siriani espulsi dal regno hashemita. Tutte confermano le procedure sbrigative adottate dalle autorità giordane. Le testimonianze non fanno una prova, tuttavia la nuova strategia giordana annunciata lo scorso marzo sarebbe in linea con la decisione di espellere quei rifugiati non qualificati e quindi difficilmente collocabili nell’economia giordana.

Dove finiranno i soldi della Banca Mondiale?

Le accuse sono state ovviamente respinte dal regno hashemita. “Il ritorno dei rifugiati è volontario e non verso zone pericolose”, è stato dichiarato sui media locali. Nel frattempo la Banca Mondiale rende noto che il 2017 è l’anno record di investimenti fatti dall’istituto nella stessa in Giordania. Ben 574 milioni di dollari. La maggior parte da utilizzare per progetti volti all’integrazione dei rifugiati siriani. I prossimi mesi serviranno dunque a verificare le reali intenzioni delle autorità giordane  nell’utilizzo di questi cospicui aiuti internazionali. 

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