L’indagine annuale sui flussi migratori condotta dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), conclusa con la pubblicazione del rapporto Global Trends 2016, presenta dati tutt’altro che rassicuranti. In tutto il mondo nell’anno passato sono state 65,6milioni le persone costrette ad abbandonare il luogo dove abitavano, 300mila in più rispetto al 2015. I “rifugiati a livello mondiale”, ovvero coloro che hanno deciso di lasciare il proprio paese, sono più di 22milioni, mentre i “rifugiati interni”, coloro che sono stati sfollati all’interno del proprio paese di origine, sono più di 40milioni.

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I paesi testimoni delle più grandi emigrazioni di massa attualmente in corso, in proporzione, sono la Siria, l’Iraq e la Colombia. Il fatto che le persone costrette a scappare dalla propria casa, o alla ricerca di una vita migliore, siano più di 65milioni, è un dato che impatta fortemente sugli equilibri mondiali. I dati esposti nel rapporto Global Trends, tradotti, mostrano uno scenario in cui una persona ogni 113, oggi, è alla ricerca di una nuova casa dove poter vivere con la propria famiglia, che sia dentro i confini nazionali o in un paese straniero. Secondo l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati Filippo Grandi “è necessario fare di più per queste persone perché, in un mondo in conflitto, quello che serve sono determinazione e coraggio, non paura”.

Sicuramente è necessario mantenere lucidità di azione in un contesto caotico e pieno di ostacoli come quello che si presenta di fronte a molti paesi, sia quelli più vicini agli scenari di guerra e quindi i primi a sentire il peso dei rifugiati, ma anche quelli europei; Italia in prima fila. D’altra parte, però, una giusta dose di preoccupazione sembra essere sana e propedeutica per evitare di prendere sottogamba una situazione di grande instabilità come quella presentata dallo studio delle Nazioni Unite.

È vero che, sotto certi aspetti, il 2016 è stato testimone di relativi passi in avanti per quanto riguarda il processo di reinsediamento dei rifugiati in paesi stranieri. I numeri non sono però confortanti: 37 paesi che hanno ammesso un totale di rifugiati che sfiora appena quota 190mila. Il processo è migliorato ma va comunque a rilento e dimostra la difficoltà nel gestire il fenomeno migratorio. Soprattutto se si tiene in considerazione che, nello stesso anno, si è stimato in 10milioni il numero di migranti costretti a scappare dalla guerra. La Siria, un paese che comunque finirà il conflitto che lo interessa non tornerà mai più lo stesso, registra il maggior numero di persone in fuga. I dati parlano chiaro: su 18milioni di abitanti sono 12milioni i rifugiati. Divisi tra gli sfollati all’interno dei confini siriani e quelli che hanno già abbandonato la propria terra natìa. Per la mole di rifugiati seguono l’Afghanistan con 4,7milioni, l’Iraq con 4,2milioni e il Sud Sudan con 3,3 milioni. Anche in sud America la situazione peggiora: la popolazione di rifugiati della Colombia nell’anno passato ha toccato i 7,7 miloni.

Il caso vuole che il rapporto dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati sia stato pubblicato in concomitanza con il dibattito che ha infuriato in tutta la Penisola italiana riguardo il ddl sullo Ius Soli in discussione in Parlamento. Al di là di ogni considerazione “populista”, come viene oggi indicato qualsiasi pensiero contrario alla logica dell’apertura sempre e comunque, fa riflettere ciò che scrive Stefano Spinelli su Tempi.it : “Il ddl sullo ius soli in discussione in Parlamento è solo un manifesto politico, perché riconosce la cittadinanza anche a chi non vuole essere parte di una data comunità e a chi non ha alcun legame effettivo con il Paese. Uno degli effetti più evidenti sarà l’ulteriore incremento dell’immigrazione, al solo fine di far acquisire la cittadinanza ai propri figli. Non si può utilizzare un istituto serio come la cittadinanza per risolvere altri problemi, come quello della situazione degli immigrati (ci si chiede allora perché non fare cittadini tutti gli stranieri che mettono piede sul territorio italiano). Il rischio è di fare cittadini disinteressati e non legati culturalmente e socialmente alla comunità di (non) appartenenza.” Fa riflettere soprattutto dopo l’invito dell’Alto commissario Filippo Grandi “alla determinazione e al coraggio” (rivolto ai leader politici) e a “non avere paura” (rivolto ai cittadini europei).

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