La fine di un conflitto passa anche attraverso il ritorno a casa di chi è dovuto scappare. La guerra, le battaglie, i bombardamenti, la perenne possibilità che un colpo d’arma da fuoco raggiunga ogni soggetto durante le fasi quotidiane della giornata, fanno sì che migliaia di persone fuggano dalle proprie case. Non fa eccezione la Siria, dove dodici milioni di persone hanno lasciato le città ed i villaggi dove risiedevano prima della guerra. Di questi, circa sei milioni sono andati all’estero, molti hanno preferito rimanere nelle vicinanze: Libano, Turchia e Giordania ospitano dal 2011 migliaia di siriani. Ma oggi che il conflitto si dirige verso la sua parte finale e in molte province non si spara più, ci sono le condizioni per il ritorno a casa di una parte dei profughi. La Russia, per bocca del capo del centro nazionale di controllo della difesa, Mikhail Mizintsev, ha fatto sapere che un milione di profughi sono pronti a tornare a casa nei prossimi mesi.

La proposta russa per il ritorno dei profughi in Siria

L’emergenza umanitaria scaturita dal conflitto siriano in questi sette anni ha creato parecchi grattacapi non solo nel Paese arabo ma anche ai suoi vicini. Specialmente il Libano più volte, dal 2011 in poi, ha rischiato la paralisi per via del grande afflusso di siriani. Non sono mancati poi risvolti politici per Turchia e Giordania relativi all’attraversamento del confine da parte di molti cittadini siriani. Da non dimenticare inoltre quanto avvenuto in Europa nel 2015, quando cioè la rotta balcanica “inaugurata” dai profughi siriani ha creato importanti dibattiti politici in tutto il Vecchio continente. La necessità dunque di risolvere il problema relativo ai profughi generati da questa guerra appare lampante e palese.

Da Mosca, come detto, arrivano dichiarazioni volte sia a far comprendere la portata del flusso di ritorno dei siriani verso la propria nazione, che a stimolare l’intera comunità ad adoperarsi affinché si prendano le giuste misure per governare tale flusso. Per la verità, i dati snocciolati da Mikhail Mizintsev, che parlano per la precisione di 890mila siriani pronti a rientrare, sono stati enunciati settimane addietro dalle Nazioni Unite. Ma il governo russo li ha citati nuovamente proprio per rilanciare le proprie proposte sulla questione e per ribadire, qualora ce ne fosse ancora bisogno, che il Cremlino, dopo aver gestito a Damasco la situazione militare, è pronto a fare altrettanto per quella umanitaria e post bellica. Secondo quanto dichiarato da Mikhail Mizintsev, ribadendo per l’appunto quanto già detto dall’Onu, quasi un milione di siriani sarebbero pronti a rientrare. Questo perché, secondo Mosca, il miglioramento delle condizioni di sicurezza e la liberazione di due terzi del territorio nazionale dalle bande di jihadisti permette, già da adesso, un lento ritorno alla normalità in una consistente parte della Siria.

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La proposta della Russia in tal senso appare molto chiara: creare una lista di profughi e suddividerla poi in tra coloro che vogliono rientrare subito, altri che vorrebbero prendere ancora tempo ed altri ancora che, al contrario, vorrebbero per adesso rimanere all’estero. Questo, secondo il Cremlino, faciliterebbe l’intero processo di rientro dei profughi. Ma non solo: creando delle apposite liste, si garantirebbe il principio di volontarietà del rientro, nella convinzione che la stragrande maggioranza dei siriani costretti all’estero hanno intenzione di mettere nuovamente piede in Siria a guerra finita.

A chi è rivolta la proposta russa

A collaborare nell’intera fase di rientro e ricostruzione post bellica, secondo la Russia dovrebbe essere l’intera comunità internazionale. Mikhail Mizintsev, con le dichiarazioni sopra riportate, di fatto si rivolge non solo alle Nazioni Unite ma a tutti gli attori che in questi anni hanno dato vita ai colloqui di Ginevra. Se dal canto loto le agenzie dell’Onu hanno giudicato positivamente la proposta russa, il resto della comunità internazionale al momento sembra aspettare. Ma la Russia dal ha promesso ulteriori sforzi diplomatici non solo per facilitare il rientro dei siriani, ma anche per il processo di ricostruzione del Paese.

In poche parole, in Siria si parla oramai di dopoguerra. I dati dell’Onu ripresi dal Cremlino mostrano come la risoluzione delle problematiche dei Paesi da cui parte l’immigrazione rappresenta il punto principale per affrontare questa spinosa problematica. Una Siria senza guerra è garanzia non solo per i siriani ma anche per quei Paesi gravati dall’assistenza ai tanti profughi generati dal conflitto. Allo stesso tempo, la rediviva rotta balcanica potrebbe ridimensionarsi con sempre più siriani in grado di restare in patria o di farvi ritorno. Quel milione di profughi che sarebbe pronto a tornare a casa (o a quel che ne resta) nei prossimi mesi serve anche all’intera comunità internazionale come esempio dell’importanza di garantire la stabilità in Medio Oriente per non avere conseguenze in casa propria.

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