Gli attentati di Barcellona e Cambrils non hanno fermato il processo d’indipendenza attuato dal governo della Catalogna. Lunedì, il parlamento di Barcellona ha presentato il progetto di quella che in catalano è definita “Llei de Transitorietat i Fundacional de la República”, e che i tra i media spagnoli è ormai denominata “Ley de ruptura”. In sostanza, la legge con la quale si dovrebbe approvare il procedimento di disconnessione da Madrid e in cui vengono definiti i passaggi del processo politico, istituzionale e amministrativo nel caso in cui il referendum (incostituzionale) del primo ottobre dovrebbe avere esito positivo. A nulla sono valsi i richiami del governo centrale al dialogo, né tantomeno le sentenze con cui il tribunale costituzionale spagnolo ha già annunciato che il referendum è assolutamente illegittimo e privo di qualsiasi efficacia. Il fronte indipendentista catalano, guidato dal presidente della Generalitat, Carles Puigdemont, è ormai certo di continuare in questa battaglia e viaggia dritto verso una sfida, quella del primo ottobre, che lascia non solo dubbi, ma anche molti rischi, in particolare su quali saranno le conseguenze sull’ordine pubblico in caso di indizione del referendum. In particolare per un dato: la maggioranza della Catalogna si è già espressa contro l’indipendenza nel precedente referendum e i partiti indipendentisti non rappresentano la maggioranza della popolazione catalana. Sarà dunque interessante comprendere come un referendum illegale e minoritario possa eventualmente essere la chiave per ottenere una secessione.

Nonostante tutto, il parlamento ha approvato questo progetto di legge. Un progetto decisamente ambizioso, articolato in decine di articoli che vanno dal territorio, al controllo su di esso, alle leggi applicabili, al periodo di transizione e anche al problema della nazionalità, che si ritiene possa essere duplice: spagnola e catalana. Il problema però è che una legge regionale come questa ha delle lacune non irrilevanti sotto il profilo del diritto nazionale e internazionale, tanto che risulta evidente come ci si trovi di fronte a un rischio. Ci sono moltissime perplessità, poche certezze, e rischi infiniti. Innanzitutto, ammettendo anche l’ipotesi che il referendum fosse fatto – cosa che per ora è incerta – sarebbe chiaro che ci si troverebbe di fronte a un sovvertimento dell’ordine pubblico in grado di attivare le forze dell’ordine. La Spagna ha già previsto un piano di utilizzo di Guardia Civil, Policia Nacional e delle forze armate in caso in cui gli indipendentisti decidano di perseguire questa idea aprendo le urne. Questo non vorrà dire vedere i carri armati per Barcellona, ma semplicemente l’intervento della forza pubblica per smantellare seggi e arrestare i colpevoli.

Anche ammesso che il referendum si svolga e che vinca il “sì”, per ora i sondaggi non rivelano questa possibilità, ci sarebbe poi il problema non indifferente di una Catalogna fuori dalla Spagna, fuori dall’Unione Europea e fuori da qualunque trattato. Gli Stati europei già hanno confermato di non appoggiare il referendum catalano, e, nonostante molti appoggi politici, specie nella sinistra radicale e in alcuni fronti indipendentisti, Puigdemont è isolato. In Europa, Bruxelles si è mostrata accondiscendente verso un sistema regionalista come quello voluto dai baschi, interni alla Spagna ma profondamente autonomi. Al contrario, la secessione da uno Stato membro sarebbe un pericolo per la stabilità di tutto il sistema europeo. L’isolamento europeo si tradurrebbe in una Catalogna fuori dall’Unione, nonostante gli indipendentisti catalani si considerino come la regione più europea della Spagna, tanto che nella legge di rottura c’è scritto che l’eventuale repubblica catalana considererebbe vigenti tutti i trattati e tutte le norme approvate in sede europea anche senza appartenervi più. Un messaggio molto chiaro verso Bruxelles che però sembra non aver fatto breccia, soprattutto perché Madrid, in particolare dopo gli attentati, non può diventare il ventre molle dell’Ue. E pertanto, l’unica alternativa plausibile per la Catalogna sarà rimanere uno Stato estraneo all’Ue e con un vicino come la Spagna che apporrebbe il veto a qualsiasi richiesta di membership da parte di Barcellona ai trattati europei.

Altro tema particolarmente delicato in questi giorni è quello della sicurezza. La ferita dell’attentato di Barcellona è profonda, e l’opinione pubblica catalana è consapevole che i problemi legati alla sicurezza sarebbero enormi. La legge prevede un cospicuo controllo delle frontiere e la volontà della Generalitat di avere il controllo del territorio tramite le forze di polizia della Catalogna, prima fra tutti i Mossos d’Esquadra. Ma tutto ciò potrebbe non bastare, e il terrorismo internazionale è certamente uno dei problemi più evidenti: in molti si domandano se un Catalogna autonoma non si possa trasformare in un nuovo Belgio con enclave islamiste incontrollate ma soprattutto senza più quei legami effettivi con le intelligence europea e con quella spagnola. Senza contare che per fare questo occorrono soldi, e già solo la Spagna vanta con la Catalogna 75 miliardi di crediti finora ripagati dalle leggi finanziare di Madrid.  

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