Tra Kosovo e Serbia la tensione continua a crescere. Nelle ultime ore, il ministro della Difesa di Belgrado, Milos Vucevic, ha annunciato che lo stato di allerta delle forze armate è al livello più alto. La notizia conferma quella tendenza negativa innescata agli inizi di dicembre – ma di cui già si intravedevano le prime avvisaglie in estate – che riguarda i rapporti tra minoranza serba e maggioranza albanese in Kosovo, e che vede inevitabilmente coinvolto il governo di Belgrado, non solo come protettore dei serbi kosovari ma anche come Paese che continua a non riconoscere l’indipendenza del vicino meridionale.

Da quando sono iniziate a sorgere le prime barricate serbe nel nord del Kosovo, con l’epicentro delle proteste nell’enclave di Mitrovica, la situazione è diventata sempre più tesa. L’Europa e la Nato, impegnate in prima linea nel ristabilire i normali rapporti tra le parti, si stanno impegnando affinché non ci siano episodi che possono innescare pericolose spirali di violenza. Tuttavia, come dimostrato anche dalle dichiarazioni che giungono da Bruxelles, l’impressione è che in questa fase del duello da entrambe le parti non ci siano vere spinte verso il compromesso, avvertendo dei rischi di un aumento delle tensioni che potrebbero diventare incontrollate soprattutto a causa delle forze nazionaliste che spingono verso uno scontro sempre più acceso da una parte e dall’altra.

In queste settimane, con le barricate serbe che continuano a destare la rabbia di Pristina e, di contro, il sostegno di Belgrado (oggi una nuova manifestazione a Kragujevac), si sono aggiunti ulteriori elementi di preoccupazione. Il governo kossovaro vuole rimuovere le barricate il prima possibile. “Le barricate non sono più tollerabili” ha detto il premier Albin Kurti, che ha incontrato anche i vertici della missione civile europea (Eulex), Lars-Gunnar Wigemark, e il comandante della Forza Nato (Kfor), il generale italiano Angelo Michele Ristuccia. Dall’altro lato, il governo serbo ha proposto di fare entrare un contingente militare in Kosovo in base alla risoluzione 1244 delle Nazioni Unite a garanzia della minoranza presente nel Paese, mentre il capo di stato maggiore serbo, Milan Mojsilovic, come riporta Agi ha proposto il dispiegamento di truppe al confine dopo avere visto il presidente Aleksandar Vucic. Il vicepremier e ministro degli Esteri Ivica Daci ha poi rilanciato con un discorso molto chiaro: “Noi siamo per la pace e il dialogo, ma se si arrivasse ad attacchi fisici e all’uccisione di serbi, e se la Kfor non dovesse intervenire, la Serbia sarà costretta a farlo”.

Nel frattempo, due più recenti episodi hanno di nuovo scosso i già fragili rapporti tra le parti. Domenica si sono registrati degli spari in una zona molto vicina a una pattuglia di Kfor impegnata nella zona di Zubin Potok. Sui canali ufficiali social, Kfor ha annunciato di avere avviato un’indagine chiedendo a tutti gli attori coinvolti nelle tensioni di evitare “dimostrazioni di forza” e di lavorare per “garantire la sicurezza di tutte le comunità”.

Da Pristina, invece, è arrivato il divieto di ingresso per il patriarca Porfirije, capo della Chiesa serba ortodossa, che doveva recarsi in visita in Kosovo per le celebrazioni natalizie che si tengono in questi giorni. Il governo kossovaro aveva subordinato l’ingresso del patriarca all’esplicita condanna contro i serbi che secondo Pristina sono entrati illegalmente nel nord per sostenere i gruppi che hanno costruito le barricate. Dopo il divieto di accesso, il patriarca serbo ha incontrato il presidente Vucic con il quale ha tenuto una conferenza stampa congiunta. Porfirije ha avvertito che quanto sta accadendo tra Serbia e Kosovo ha raggiunto “un punto da cui si possono aprire strade che nessuno vuole”. “Dio non voglia che ci siano conflitti armati, perché non porterebbero del bene a nessuno”, ha affermato il patriarca. Un appello che conferma che il rischio di una escalation di violenza sia molto meno remoto di quanto si possa immaginare, anche perché le parole di Vucic sono apparse molto meno propense al dialogo. Secondo il presidente serbo, l’obiettivo di Pristina è bandire per sempre la Serbia e i “serbi disobbedienti” dal Kosovo-Metohija.

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