Come un ciclista professionista, Viktor Orban ha per ora doppiato senza scivoloni tutte le curve della discesa politica più complessa della sua carriera: il sovrapporsi tra l’appuntamento elettorale del prossimo 3 aprile che vede tutte le opposizioni riunte contro Fidesz e l’esplosione della crisi ucraina in cui è stata messa a repentaglio la posizione securitaria di Budapest e la relazione privilegiata costruita con Vladimir Putin in questi anni.

Orban gioca con cautela

Fino ad ora il primo ministro magiaro ha agito all’insegna della più assoluta cautela sulla base di una strategia precisa e fondata su pochi, ma chiari presupposti: la linea rossa è stata la chiara condanna dell’aggressione russa all’Ucraina, certificata la quale Orban ha promosso una strategia personale volta a minimizzare l’esposizione dell’Ungheria alla crisi e a mantenere al suo Paese le mani libere.

In quest’ottica, da tattico attento a non bruciare le opportunità più importanti che gli capitano sotto mano Orban ha temporaneamente messo da mano tutta la storica retorica incendiaria che lo ha contraddistinto, l’idea di un sodalizio con Putin in nome di un contrasto al declinante Occidente, ogni divisione fondata su ragioni ideologiche e valoriali e ogni tentazione al protagonismo in campo europeo. L’obiettivo chiaro e preciso è divenuto quello di prendere al balzo la palla della crisi e avvicinarsi al 3 aprile massimizzando le possibilità di vittoria. “Gli ungheresi sono a favore della solidarietà per l’Ucraina ma contrari a ogni aiuto militare, però il fattore generazionale conta, i più anziani sanno molto bene cos’è la paura verso i russi”, ha fatto notare Il Foglio, e questo ha invitato il primo ministro a evitare di essere preso in contropiede dall’utilizzo in senso contrario a Fidesz del pensiero del 1956, anno dell’invasione sovietica.



La domanda di sicurezza della popolazione ungherese è chiara: bisogna evitare di mostrarsi allineati a Putin ma senza trascinare Budapest alle faglie del conflitto. Il confine ucraino-ungherese in Rutenia è una trincea d’Europa oggigiorno e Volodymir Zelensky guarda ad essa come corridoio per il transito delle armi destinate alla resistenza ucraina. Inoltre, Orban si è trovato a dover constatare l’inservibilità della retorica sulla persecuzione della minoranza ungherese in Ucraina, forte di 350mila persone, per molti addirittura analizzabile in ottica di mire del leader magiaro sul territorio della Rutenia.

Rompere gli accordi con Putin? Nì

Orban ha risposto con il più classico dei cherry-picking alla messa in discussione di molti capisaldi, retorici in particolare della sua politica. In primo luogo, sui contratti con la Russia la risposta è stata volutamente ambigua complice l’ampiezza della posta in gioco sottolineata dall’Ispi: “nel 2014”, per esempio, l’Ungheria ha incaricato la russa Rosatom di costruire due nuove centrali nucleari a Paks, senza indire una gara pubblica. Il progetto è stato finanziato da un prestito di 10 miliardi di euro dalla Russia”.

Lorinc Meszaros, stretto alleato di Orban, è stato tra i massimi beneficiari di queste misure economiche, mentre un altro alleato del capo di governo, “Kristóf Szalay-Bobrovniczky, ha stipulato una redditizia joint venture con la russa Transmashholding per la produzione di vagoni ferroviari. Più di recente, l’Ungheria ha firmato un nuovo contratto di fornitura di gas della durata di quindici anni con Gazprom, che prevede esplicitamente che il gas arrivi sulle rotte che aggirano l’Ucraina”. In particolar modo, in occasione della visita di inizio febbraio di Orban a Mosca si è sottolineato che l’Ungheria ha già concluso con la Russia accordi per la fornitura di 4,5 miliardi di metri cubi di gas all’anno, validi fino al 2036. Ebbene, Orban ha fermato i nuovi contratti con Rosatom ma non la costruzione delle sanzioni, ha aderito a sanzioni e misure economico-finanziarie nei limiti del mandato dell’Unione Europea a cui ha dato il suo assenso e, sull’ultimo fronte, ha mantenuto in  attività gli accordi ma, come detto in un colloquio con l’Agi, non ha intenzione di seguire la richiesta di Putin di chiedere unicamente pagamenti in rubli per il gas.

Vi è poi da sottolineare una dinamica precisa legata, come detto, al tema spinoso delle forniture d’armi: la popolazione ungherese, stando a diversi sondaggi d’opinione recenti, sostiene la presenza ungherese nella Nato per l’80% ma è a larghissima maggioranza favorevole anche a una linea di completa astensione dal provocare la Russia sui confini ucraini. “Orbán era convinto che Putin non avrebbe attaccato l’Ucraina”, scrive Foreign Policy, “Quando lo ha fatto, la posizione dell’Ungheria” nei confronti dell’Ucraina “è rimasta nel caos per circa una settimana. Inizialmente Orbán ha sostenuto le sanzioni, ha chiamato il presidente ucraino Zelensky per offrire supporto e ha fatto entrare i migranti ucraini” accelerando anche il sostegno di Budapest alla procedura di adesione di Kiev all’Unione Europea. In seguito, quando i leader dell’Est Europa (Polonia, Slovenia, Slovacchia) si sono recati a Kiev nel viaggio organizzato dal leader conservatore di Varsavia e vicepremier Jaroslaw Kaczynski per mostrare solidarietà e sostegno alla nazione aggredita, il premier ungherese ha preferito evitare di esporsi esibendo, nelle ultime settimane, un neutralismo fondato sul dualismo chiaro “pace e energia in sicurezza”.

I sondaggi premiano Orban

Sostegno a Zelensky, ma niente armi. Via libera alle sanzioni, ma neutralità assoluta dell’Ungheria sul fronte militare. Spostamento del focus della retorica dalla sicurezza della nazione limitrofa alla sicurezza energetica e sostanziale inabissamento di Orban ai vertici di Nato e Unione Europea hanno fatto il resto, in una fase in cui il Gruppo di Visegrad si divide con la Polonia in prima linea nel contenimento di Mosca. E sul fronte interno dunque sono state depotenziate le critiche del capo dell’opposizione, Peter Marki-Zay, che ha definito Orban “cagnolino di Putin”. Il leader dell’opposizione unita, un cattolico conservatore definito il più orbaniano dei rivali del capo di governo ha usato la faglia tra il legame all’Occidente e un presunto autoritarismo di Orban per tornare in pista:

Per Marki-Zay “Putin e Orbán appartengono allo stesso mondo autocratico, repressivo, povero e corrotto», come ha avuto modo di dichiarare conversando col New York Times. “E noi invece dobbiamo scegliere l’Europa, l’Occidente, la Nato, la democrazia, lo stato di diritto, la libertà di stampa: un mondo molto diverso, il mondo libero”. Questa retorica però non sta avendo una presa sostanziale. Dall’inizio della guerra Orban è decollato nei sondaggi che prima lasciavano presagire un testa a testa. I primi rilevamenti della seconda metà di marzo lo danno da 3 fino a 8 punti sopra l’avversario e, anzi, ancora in corsa per avere una supermaggioranza in grado di permettergli la modifica della Costituzione. Dunque nella percezione dei cittadini la gestione della crisi da parte di Orban, che è riuscito a far dimenticare sé stesso, pare essere stata apprezzata: ma in pochi giorni, in tempi di guerra, tutto può cambiare. E anche un uomo abile a giocare da trasformista come Orban deve stare attento agli imprevisti bellici provenienti dalla confinante Ucraina.

 

 

 

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