Che Donald Trump venga più o meno rieletto nel 2020, una cosa è certa: la sua ascesa non è stata un’incidente nella storia degli Stati Uniti. La sua vittoria nel 2016, che piaccia o meno ai detrattori, ha riportato al centro della narrazione un nazionalismo di tipo jacksoniano – che si rifà al presidente Andrew Jackson – in contrapposizione all’universalismo morale wilsoniano che ha segnato anche le presidenze Clinton, Bush e Obama. La pietra angolare di questo approccio, scrive Germano Dottori nel suo libro La visione di Trump. Obiettivi e strategie della nuova America (Salerno Editrice, 2019), “è un nazionalismo in senso ristretto, incentrato sul perseguimento di un interesse nazionale definito principalmente in termini economici e di sicurezza, a discapito della dimensione morale dell’azione politica in campo internazionale. La sovranità – sacra – è il primo bene pubblico da assicurare e quindi, per reciprocità, da riconoscere – e ogni interlocutore estero che rappresenti uno Stato è legittimo”.

Non sempre questo pensiero si è rivelato coerente con le azioni dell’amministrazione Trump e le promesse di “disimpegno” si sono scontrate con una serie di contraddizioni a cui l’inquilino della Casa Bianca ci ha abituato in questi anni, oltre alle pulsioni neoconservatrici di alcuni membri del suo staff (quelle del consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton, per esempio). Ciò che è certo, è che dopo Donald Trump il Gop non sarà più lo stesso e diversi intellettuali stanno elaborando una forma di conservatorismo nazionalista: come scrive il New York Times, infatti, i pensatori conservatori stanno cercando di dare una coerenza intellettuale al “momento trumpiano” sotto la bandiera del nazionalismo.

Dal “trumpismo” al nazionalismo conservatore

Circa 500 intellettuali, teorici, politici, giornalisti e studenti si sono riuniti in una sala da ballo del Ritz-Carlton di Washington DC dal 14 al 16 luglio per la conferenza dedicata al National Conservatism: i partecipanti “comprendono che il passato e il futuro del conservatorismo sono indissolubilmente legati all’idea della nazione, al principio di indipendenza nazionale e al rilancio delle tradizioni nazionali uniche che da sole hanno il potere di legare un popolo insieme”. Organizzata dalla Edmund Burke Foundation, gli organizzatori hanno salutato l’evento come “il calcio d’inizio di uno sforzo prolungato per recuperare e riconsolidare la ricca tradizione del pensiero conservatore nazionale come un’alternativa intellettualmente seria agli eccessi del libertarismo purista e in netto contrasto con le teorie politiche fondate sulla razza. Il nostro obiettivo è quello di consolidare e dare energia ai conservatori nazionali, offrendo loro una base istituzionale tanto necessaria, idee sostanziali nei settori di politica pubblica, teoria politica ed economia e una vasta rete di supporto in tutto il Paese”.

Tra i relatori, oltre al Consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton e il giornalista di di Fox News Tucker Carlson, c’erano Rich Lowry, l’editore di National Review, Chris Buskirk, di American Greatness, Michael Anton, un ex funzionario del Consiglio di sicurezza nazionale dell’amministrazione Trump e Chris DeMuth, ex presidente dell’American Enterprise Institute. Il più vicino a delineare un vero programma d’azione per il conservatorismo nazionale è stato proprio Tucker Carlson, che ha spiegato come la più grande minaccia per gli americani “non proviene dal governo ma dal settore privato”. Parole che suonano “rivoluzionarie” in un Paese che tradizionalmente vede allo Stato come a un “male necessario”. In questo momento, ha sottolineato Carlson, Google controlla praticamente tutte le informazioni umane, formando un potere che nessuno tranne loro può controllare. Ciò costituisce la più grande quantità di potere concentrato nel più piccolo gruppo di persone in tutta la storia americana.

“I conservatori non possono creare il proprio Google e competere, e ciò significa che corrono il rischio di vedere le loro idee censurate o eventualmente bandite da potenti corporativisti che possono potenzialmente cambiare il corso della storia”. Questo, ha aggiunto Carlson, “dovrebbe terrorizzarci”.

Il dibattito negli Stati Uniti su conservatorismo e nazionalismo

Negli Usa, l’ascesa di Trump alla Casa Bianca ha prodotto una vivace discussione sul ruolo dell’America nel mondo e sul potere del conservatorismo. Come ricorda Marco Gervasoni, in un pezzo sulla National Review del 1 giugno Matthew Continetti divide l’orizzonte di questa “nuova destra americana” in quattro gruppi: i jacksoniani, i Reformcons, di cui il più noto è Yuli Levin, autore di un libro su Edmund Burke, i Paleo Conservatori, il cui esponente più rilevante è il già citato giornalista televisivo Fox, Tucker Carlson e i post liberali: Patrick Deneen, l’israeliano Yoram Hazony, autore di The virtue of nationalism (di prossima uscita in traduzione italiana), Rod Dreher e il suo L’opzione Benedetto. Intellettuali protagonisti di un dibattito vivace che provando a dare un rigore ideologico e una coerenza al trumpismo e al “momento populista” che dall’America ha investito tutto il mondo occidentale.

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