Se si vuole scoprire il cuore dell’indipendentismo catalano, non ci può fermare a Barcellona. Bisogna addentrarsi in Catalogna, nelle cittadine più a nord, quasi verso la Francia, qui dove si parla una lingua che non è francese ma neanche spagnola. Non è una regione rurale, ma una regione profondamente produttiva. La Catalogna profonda è quella che da sempre è attiva nel commercio nell’industria e nell’agricoltura. E mentre il settore dei servizi è quasi monopolizzato da Barcellona, c’è tutto uno strato di città e zone industriali in cui il sentimento indipendentista si sposa con motivazioni economiche e culturali che da sempre pervadono i territori secessionisti. Tra il nord di Barcellona e la Francia, qui vive la Catalogna più indipendentista, quella dura e pura, che aspetta il voto del primo ottobre come un evento cruciale del destino del proprio popolo.

La provincia di Girona è terra di confine fra Spagna e Francia. E non è un caso se proprio qui, tra i Pirenei e il Mediterraneo, il sentimento indipendentista sia qualcosa di molto più forte rispetto ad altre parti della Catalogna, soprattutto rispetto alle grandi città o ai territori vicini all’Aragona. Profondamente legata alle sue tradizioni, alla sua lingua e alla sua storia, la provincia di Girona è una vera e propria roccaforte sociale e politica dell’indipendentismo catalano, tanto che è qui che Carles Puigdemont, presidente della Generalitat de Catalunya, ha avviato la sua carriera politica. Un indipendentismo che non è solo desiderio che la propria identità si trasformi in Stato, ma anche profondo senso di distacco dalla Spagna, a dimostrare un’alterità quasi ostentata rispetto allo Stato centrale. Basta un esempio, molto concreto, per comprendere questa voglia di distacco che permea la cultura della provincia: l’aeroporto di Girona è internazionale ma non nazionale; da Girona si può arrivare a Parigi, ma non si può arrivare a Madrid o a Siviglia.

E anche se questo distacco infrastrutturale sembra un qualcosa di minimo rispetto ai grandi temi della cultura e delle radici storiche, ma è un segno evidente di come questo si concretizzi anche su piano pratico. In città e nella provincia si parla un catalano stretto e lo spagnolo, definito esclusivamente come “castigliano” proprio per definire i contorni di questa mancanza di una comunità spagnola, è utilizzato esclusivamente nel momento in cui ci si deve relazionare con un turista o con un cliente. In via principale, nessun cittadino usa il castigliano come lingua comune. Non lo fanno i ragazzi, che anzi sono i primi a volere a tutti i costi l’indipendenza e la repubblica. E non lo fanno gli adulti e gli anziani, che vivono il catalanismo non come un’idea politica, ma come un vero sentimento popolare. Anche le chiese si sono adeguate da decenni a questa pratica e non è facile trovare messe in spagnolo, essendo molto più facile che nella liturgia si applichi solo ed esclusivamente il catalano. Il 28 settembre, gli universitari della città hanno indetto un giorno di protesta che consisteva nello scendere per le strade indossando una bandiera “estelada” e riunirsi in un corteo per urlare slogan in favore della democrazia e del diritto al voto. In questa manifestazione c’era tutto, dall’indipendentismo vero e proprio all’estremismo di sinistra. Ma unico era l’obiettivo: il governo di Madrid, considerato come un frutto del franchismo e come ciò che ruba alla Catalogna la possibilità di investire il proprio denaro. La Catalogna, fra le regioni con il più alto tasso di Pil pro-capite di tutta l’Europa, non vuole rendere conto a Madrid delle proprie spese e non vuole versare al governo centrale i propri soldi. Vogliono che rimangano lì, che sviluppino il proprio sistema e che si liberino dal giogo delle regioni più povere della Spagna.

Ma non c’è solo Girona a essere un fortino dell’indipendentismo catalano. Addentrandosi nella provincia di Barcellona, in particolare nella comarca di Osona, se non fosse per le targhe delle automobili e per gli edifici della polizia nazionale, difficilmente si potrebbe dire di trovarsi in Spagna. Interessante, fra tutto i comuni della provincia, è il caso di Vic, una cittadina di 40mila abitanti in cui anche il tempo sembra sospeso finché non si giunge all’indipendenza. Gli striscioni per la nascita di una repubblica catalana sono ovunque. Le persone parlano esclusivamente catalano e non esiste nemmeno il bilinguismo per ciò che riguarda strade e edifici pubblici: tutto è strettamente in lingua catalana. L’idea che pervade la città è che alla fine debba arrivare una resa dei conti con Madrid, quasi che la Guerra Civil sia ancora da concludere. Esiste un connubio perfetto fra chi vuole abbattere il Re e tutto ciò che rappresenta il conservatorismo spagnolo, chi vuole la nascita di una repubblica quasi socialista e chi invece vuole l’indipendenza semplicemente perché si sente catalana e non ha nulla a che vedere con chi ha condiviso la Spagna per secoli. In questa cittadina, la comunità immigrata è molto forte, nonostante venga detto da tutti che questo è il cuore della Catalogna e ci si trovi una sorta di purezza etnica. Al contrario, basta un giro per le scuole e i quartieri semicentrali per vedere un mondo multietnico, dove i residenti di origine araba sono una forte minoranza. Non lontano qui c’è Ripoll, tristemente nota per aver ospitato l’imam che ha ideato le stragi di Barcellona. Anche se in apparenza questi nuovi cittadini appaiano totalmente avulsi dal contesto secessionista, essi sono in larga parte indifferenti. E in questa indifferenza, c’è comunque un senso di accoglienza profonda dell’indipendenza catalana, che è anche un modo per sentirsi accolti in una comunità così lontana dal loro modo di vivere. Non è un caso che i partiti indipendentisti cavalchino anche la questione migratoria, contrapponendo alle chiusure di Madrid, le idee “no-borders” di molte associazioni catalane.

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