Quando è iniziata l’avventura de Gli Occhi della Guerra, il mondo sembrava già essere profondamente diverso da quello degli anni precedenti. In rapido mutamento, frenetico, continuamente in evoluzione.

Ora proviamo a fare un esercizio: chiudiamo gli occhi e torniamo indietro nel tempo per ricordare di cosa si parlava quando tutto questo è iniziato.

Vi ricordate le bandiere nere, le primavere arabe e i protagonisti di allora? Di quella realtà oggi rimane ben poco. Lo Stato islamico sembra ormai sconfitto, almeno in Iraq e Siria. Alcuni leader sono rimasti in piedi nonostante la guerra, uno su tutti Bashar al Assad. Altri, invece, sono stati sepolti dalle rivolte o dal tempo. Quelle che ci sono state dipinte come rivoluzioni, tra Nord Africa e Asia, si sono ormai rivelate un flop colossale.

Sono passati pochi anni, eppure quel mondo è già diverso. Il Medio Oriente in fiamme, una delle culle della civiltà mondiale e luogo di nascita delle tre grandi religioni monoteiste, continua a essere un’immensa area di crisi. Si continua a combattere e a morire da est a ovest. Da nord a sud. La Siria e l’Iraq hanno rischiato di soccombere sotto i colpi delle bandiere nere. Lo Yemen è ormai un Paese in ginocchio, martoriato dalle bombe della coalizione a guida saudita contro gli Houthi sostenuti dall’Iran. Mentre lo stesso governo di Teheran appare appeso al filo di un accordo sul nucleare dal quale gli Stati Uniti si sono ritirati. Il cuore del mondo, dove le potenze si incontrano e soprattutto si scontrano, è qui.

Ma il Medio Oriente e le sue dinamiche non possono essere comprese senza ricordare un elemento fondamentale di questi nostri anni: l’ascesa di Donald Trump. Il suo arrivo alla Casa Bianca è stato il simbolo della rottura; ha sparigliato le carte in una politica americana ormai stanca. Barack Obama, il primo presidente nero della storia a stelle e strisce, doveva essere un elemento di frattura. In parte lo è stato (basti pensare all’accordo sul nucleare con l’Iran). Ma in molte questioni si è accodato all’establishment, non capendo l’elettorato dell’America profonda che, non appena ha potuto, ha scelto l’outsider Trump. Ed è stato proprio il tycoon a rompere vecchi schemi e alleanze consolidate. Perché il nuovo presidente ha rappresentato il prodotto di una strategia che gli Stati Uniti hanno messo in atto tempo: l’impero non poteva continuare così. E serviva Trump per infrangere gli schemi. La Nato? Ormai obsoleta. Kim Jong-un? Non solo un dittatore, ma un politico con il quale è possibile dialogare per mettere finalmente pace nella penisola coreana. La Russia di Vladimir Putin? Una potenza con cui bisogna tutto sommato andare d’accordo se serve per limitare altri problemi. Trump ha spiazzato e per certi versi rivoluzionato logiche che ormai andavano rimesse in discussione.

Ma non è solo l’America a cambiare. Anche più vicino a noi, in Europa, proviamo a chiudere gli occhi e pensiamo al continente di cinque anni fa: con la Grecia in fiamme, governi consolidati, il Regno Unito saldamente nell’Ue. Riapriamoli e guardiamo cosa sta succedendo. L’Unione europea si trova a un bivio. Da una parte i vecchi partiti e i vecchi modelli, dall’altra i movimenti populisti che stanno ottenendo sempre più successi e stanno riscuotendo sempre più consensi. Riuscirà la vecchia Europa a resistere all’onda d’urto dei sovranisti? Che ne sarà delle istituzioni europee? Ha senso – oggi – questa Unione oppure deve essere ripensata? La Brexit ci sarà davvero? Nessuno, qualche anno fa, credeva che un cittadino europeo potesse davvero porsi certi interrogativi. Eppure oggi è così.

Il mondo, come abbiamo visto, corre. E noi vogliamo correre con lui. Per questo abbiamo deciso di lanciare InsideOver.com, portando all’estero l’esperienza e la passione de Gli Occhi della Guerra. Ci eravamo accorti che bisognava cambiare passo ed orizzonte. Dovevamo andare sempre più in là, cercando nuovi punti di vista e nuove sensibilità senza perdere di vista il nostro punto d’osservazione. Rimanere gli stessi, ma aprirsi anche a nuove sfide. Per questo il prossimo 13 maggio, in allegato a ilGiornale, ci sarà un magazine che raccoglierà l’opinione di 13 esperti che cercheranno di tratteggiare gli scenari futuri di ciò che sta accadendo in questo mondo: dagli Stati Uniti alla Russia, passando per Africa ed Europa. Ma non solo. Oltre alla squadra italiana, oltre cento giornalisti provenienti da ogni parte del globo sono pronti a lavorare insieme a noi. I loro contributi andranno ad arricchire il sito in inglese – che si affiancherà a quello italiano a partire da lunedì – e i migliori articoli saranno tradotti per fornire un punto di vista alternativo ai lettori italiani.

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