Donald Trump, come da tradizione, dovrebbe essere ricandidato a presidente degli Stati Uniti dalla convention nazionale del Gop senza che nessuno possa obiettare nulla. Ma il condizionale è divenuto d’obbligo dopo la candidatura di Bill Weld, che ha annunciato di voler sfidare il tycoon in vista del 2020.

Le primarie di un partito, quando in campo c’è già il presidente uscente, non si tengono. Una fronda antitrumpiana, però, sta lavorando a questo scenario.

Tra le presidenziali e la situazione di partenza di oggi c’è il 2019, che si annuncia parecchio complicato per il magnate. Steve Bannon, in quest’intervista esclusiva che ci ha rilasciato, ha parlato di attacchi che arriveranno da tutte le parti. Il Russiagate è di sicuro il caso più spinoso. The Donald deve guardarsi dai nemici, ma pure dagli amici, che potrebbero sfruttare un momento di debolezza per convincere la dirigenza repubblicana della necessità delle primarie. Poi sarebbero gli elettori a decidere. Attenzione, tuttavia, all’effetto paradosso: una competizione interna potrebbe consentire allo chief in commander di spiegare quanto fatto da presidente. Dalla piena occupazione alle battagli pro life, passando per il record fatto registrare in materia di Pil.

La campagna per le presidenziali è un momento mediatico e concitato, un match di boxe, dove esistono pochi spazi per statistiche e tabelle. Un primo bagno di folla Stato per Stato, lontano dai toni accessi delle presidenziali, permetterebbe al tycoon di fare, in totale, nove mesi di campagna elettorale. Poi bisogna vedere chi avrà davvero il coraggio di confrontarsi. Bill Weld è stato governatore del Massachussets, si è già presentato nel 2016, come vice di Gary Johnson nel Partito Libertariano, ma i due non sono arrivati neppure al 4% del consenso totale.

Lo spettro di John Kasich, un altro che ci sta ragionando, spaventa un po’di più, ma non siamo ancora dalle parti di candidature che possano davvero mettere in discussione il primato di The Donald. Non ce la farebbero, con ogni probabilità, neppure Larry Hogan, governatore del Maryland, e Ben Sasse, senatore del Nebraska, che sono gli altri due che ci stanno ragionando. Questi sono gli altri due nomi caldeggiati per la sfida al leader populista. Ci vorrebbero un Mitt Romney o un Paul Ryan, ma i “pesci grossi” aspetteranno di capire se Trump possa essere davvero travolto da uno scandalo in grado di far saltare il banco.

Qualche settimana fa è stato analizzato un percorso che porta dritto da Nikky Haley, ma la normalizzazione di Trump, cioè l’aver iniziato a utilizzare collaboratori che provengono dal sottobosco nato durante la presidenza di George W. Bush, dovrebbe metterlo al riparo da competitor così ingombranti. Trump, stando alle logiche odierne e alla poca consistenza del Russiagate, sarà ricandidato. Un giro di primarie, però, potrebbe anche servirgli.

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.