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Li puoi incrociare un pò dappertutto, confusi nel vento polveroso del Kansas, sotto il torrido sole texmex, nel Midwest dei granai, uguali uno all’altro e tutti diversi tra loro, la bocca incollata dal peanut butter an jelly, il burro di noccioline spalmato sul pane, e la carabine in spalla. Si spostano in moto, a cavallo o con l’aereo privato, con la scorta di tende, camper, visori notturni e fucili a pompa, dove c’è da difendere un fratello asserragliato in un granaio del Nevada assediato dai federali o sui confini minacciati dalla transumanza dei clandestini. Sono un esercito di tutte le età, in servizio permanente effettivo, sempre in guerra dentro casa, sono gli States della giustizia fai da te che fa la guardia alla porta d’America nella striscia di deserto lunga cento chilometri attraversata dai latinos in cerca di fortuna. O che scava trincee immaginarie contro il Settimo cavalleggeri del terzo Millennio, i federali che li vogliono disarmare, i governativi che li vogliono spennare con le tasse, i senzadio che disobbediscono alle sacre scritture. Hanno l’entusiasmo rumoroso del volontario, rinchiusi nelle loro mimetiche e nelle loro paranoie, bravi ragazzi cresciuti a latte, cereali e sermoni ma addestrati dalla Us Army a maneggiare esplosivi come Timothy McVeigh, veterano della guerra in Irak, che ventitrè anni fa piazzò un pulmino imbottito di esplosivo in un edificio federale di Oklahoma, l’Alfred P. Murrah Federal Building, provocando 168 morti e quasi mille feriti, la più terrificante tragedia del terrorismo prima delle Twin Towers. Non era un miliziano ma un vendicatore. Voleva lavare nel sangue l’assedio della fattoria dei seguaci di David Koresh a Waco, che diedero fuoco al ranch per non arrendersi al blitz dell’Fbi: ci furono più di ottanta vittime, diciassette erano bambini. Tutto è nato lì.

Sembravano dispersi anche loro da quella esplosione, invece un rapporto governativo, rivelò che questi eserciti clandestini fasciati in tute mimetiche, armati fino ai denti, che si addestrano nei boschi come Rambo e ammassano nei rifugi cibo, acqua e fucili in attesa dell’Armageddon, spuntavano come fugnhi dalla Florida alla California. Con l’elezione di Barack Obama il numero di gruppi estremisti e miliziani antigovernativi era aumentato del 250 per cento. L’intelligence ne contò 623, più della metà erano milizie. Nel calderone c’è di tutto compresi suprematisti bianchi, antisemiti, survivalisti che considerano questione di giorni il crollo dell’economia e la catastrofe globale, quelli convinti che il bug del Duemila avrebbe fatto collassare la società all’alba del nuovo Millennio. Invece arrivò l’11 settembre, la bolla immobiliare, il primo presidente nero. Peggio dell’apocalisse. Sono la parte estrema e folkloristica di quei cinquantacinque milioni di americani che possiedono 270 milioni di armi da fuoco e per sette agenti federali su dieci sono più pericolosi loro degli estremisti musulmani. «Macchè, il 95 per cento dei miliziani sono bravi cittadini, onesti e produttivi – li difende Jim Dupont, uno degli sceriffi del Montana – La loro preoccupazione sono le ingerenze del governo sul diritto di possedere armi, hanno paura che gli venga impedito di difendersi». Ci sono le accuse, le solite, non sempre costruite sulla sabbia: soffiano sulla fiamma del razzismo, seminano i germi della xenofobia, nutrono nel loro angolo oscuro gli incappucciati del Ku Klux Klan, le Nazioni ariane e i Posse Comitatus, i nazisti dell’Illinos ridicolizzati dai Blues Brothers. «Balle – fa il duro Johnny Cochran, il capo dei Fireteam Diamondback, dal nome di un serpente a sonagli del Texas – Dire che siamo nazi fa ridere: noi siamo fedeli devoti a Dio e i nazi odiano la religione; noi siamo per difendere i diritti e i nazi per cancellare tutti i diritti possibili. Noi non c’entriamo niente con gli incappucciati».

Hanno leader pittoreschi, capi che sembrano usciti dai film di Tarantino. Uno dei più popolari era Albert Esposito, capo dei «Cittadini per il ritorno al Governo costituzionale nella Carolina del Nord»: voleva che le Sacre Scritture diventassero legge degli Stati Uniti e invitava gli adepti in attesa della guerra a far scorta delle quattro b, «bible, bullets, bean e bandage», bibbia, pallottole, fagioli e bende. O Norman Olson, ministro battista e armaiolo, che aveva convinto, diceva lui, 12mila uomini ad arruolarsi nella «Milizia del Michigan» perchè una congiura dell’Onu stava lavorando per instaurare un governo socialista mondiale. Niente rispetto agli Oath Keepers che giurano di aver reclutato ex soldati di 44 divisioni militari diverse e dipartimenti di polizia, tra cui Navy Seals, California Highway Patrol, polizia del Maryland e della stazione di Chicago. Nel giro di pochi anni, più di 200 militari e agenti di polizia in attività o in pensione avrebbero firmato una petizione che si impegna a sostenere il gruppo, ma i nomi non sono stati mai resi pubblici, come nei film dell’ispettore Callaghan.

Ma si proclamano patrioti, coloni come Benjamin Martin, che combattevano gli inglesi nella guerra d’Indipendenza, non eversori, uniti dalla paura che il governo, soprattutto quelli liberal, cancelli la democrazia nella «terra dei liberi» e dalla convinzione che organizzazioni paramilitari ben armate siano l’unica protezione contro la tirannia che verrà, sensibili come sono a teorie della cospirazione di ogni ordine e grado e fedeli nei secoli al secondo emendamento. Oggi, le milizie sono un arcipelago senza una capitale, una causa comune che li tenga uniti. Nell’era Trump, che li tranquillizza ma non si sa mai, c’è chi la trincea la costruisce nelle contro manifestazioni alla sinistra di piazza e chi, come «I Custodi del giuramento» si radunano a New Orleans per proteggere un monumento confederato a rischio abbattimento in nome della libertà di parola. Ma per l’Fbi i miliziani restano una pistola caricata e non a salve. Dicono: «Fortunatamente un gran numero di loro si limita a difendere la propria famiglia e la proprietà, aspetta solo una provocazione per reagire, sennò sta buona. Ma quella pistola sul tavolo potrebbe trovare qualcuno pronto a premere il grilletto in qualsiasi momento». Senza paura di combattere i fantasmi o di arrendersi al ridicolo. Come diceva Charlton Heston: «La correttezza politica è tirannia educata». E non bisogna mai fidarsi dei buonisti.

Massimo M. Veronese

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