Il malcontento popolare cresciuto negli ultimi mesi ha portato migliaia di manifestanti a riunirsi sabato 14 gennaio in piazza a Tunisi per protestare contro il presidente Kais Saied. Il quadro è particolarmente preoccupante perché le contestazioni si sono tenute in quello che normalmente è un giorno di festa: l’anniversario della caduta del dittatore Ben Ali. Oggi come 12 anni fa l’evento è fonte di fibrillazioni, in particolar modo per l’Italia che potrebbe subire delle conseguenze tangibili in materia di immigrazione.

Le immagini del corteo di sabato sono incorniciate dallo stesso viale alberato dove nel 2011 sfilavano gli striscioni con scritto “Ben Ali assassino”. La centralissima Habib Bourguiba Avenue è stata infatti riconfermata come teatro delle proteste nella capitale. Lì si sono unite manifestazioni cominciate sotto bandiere distinte, dopo aver forzato i cordoni della polizia. Dopo oltre un decennio dalla scintilla che innescò le primavere arabe, pare che la popolazione tunisina sia tornata al punto di partenza: le istanze principali riguardano ancora il deterioramento delle condizioni di vita, la mancanza di beni di prima necessità come cibo e carburanti, e l’alto tasso di disoccupazione.

Tutti contro Saied

Da una parte, i sostenitori del principale movimento di opposizione, il Fronte di Salvezza Nazionale, hanno sfilato chiedendo le dimissioni del presidente. Sostengono che Kais Saied, con la presa di potere del luglio 2021, abbia messo il Paese sulla strada dell’autoritarismo in nome della sua battaglia personale contro “l’ipocrisia, l’infedeltà e il brigantaggio” della classe politica. Nell‘estate 2021 infatti, all’apice delle proteste per la mala gestione della crisi sanitaria ed economica da parte del governo, Saied aveva deciso di dissolvere l’esecutivo, licenziare il primo ministro e congelare le funzioni del parlamento. All’epoca dei fatti, l’emiciclo tunisino era dominato dal partito islamista Ennahda, che rappresenta oggi il blocco maggioritario del Fronte di Salvezza Nazionale.

Tra i manifestanti risuonavano i canti delle proteste del 2011 (“pane, dignità e libertà”) insieme ad “Abbasso Saied” e “La gente vuole la fine del regime”. Parallelamente, nei pressi del palazzo presidenziale, un’altra marcia è stata organizzata dal partito d’opposizione anti-islamista Partito Desturiano Libero, altro strenuo oppositore del presidente ma allineato al regime pre-2011 e opposto anche ad Ennahda.

Gli slogan del weekend richiamano quelli di dodici anni fa, quando mesi di proteste contro il regime di Zine al-Abidine Ben Ali erano state coronate proprio il 14 gennaio con la cacciata del dittatore. La Rivoluzione dei gelsomini aveva innescato un’ondata di contestazioni in tutto il mondo arabo, e per anni la Tunisia era sembrata l’unico Paese a uscire vincitore dalle primavere arabe grazie all’instaurazione di un sistema democratico. Tuttavia, ciò non ha assicurato al Paese stabilità economica né politica. Con i debiti che si accumulano e le riserve di valuta estera che si assottigliano, Tunisi fatica a importare beni essenziali.  

Condizioni di vita in peggioramento

La popolazione soffre in particolare per i razionamenti di beni alimentari causati dalla crisi economica – che funzionari pubblici descrivono come “preventivi”. A causa di queste misure, sugli scaffali dei supermercati mancano prodotti di base come latte, pasta, couscous e zucchero. I problemi di approvvigionamento della Tunisia sono in parte dovuti agli alti prezzi dei mercati globali, ma principalmente alle difficoltà finanziarie del governo. Il debito pubblico fuori controllo e l’inflazione galoppante hanno ridotto la capacità del Paese di importare cibo e sovvenzionare il settore domestico dell’agricoltura.

Un ulteriore problema riguarda la mancanza d’acqua, per questo i manifestanti chiedono lo stato di emergenza idrica. Su questo tema un funzionario del ministero dell’Agricoltura ha dichiarato che “se non ridurremo la quantità d’acqua destinata all’irrigazione e non razioneremo l’uso dell’acqua entro gennaio, ad agosto non ci sarà acqua potabile nella capitale né nelle regioni costiere”.

Anche i tunisini che avevano supportato Saied fin dalla sua presa di potere nel 2021 sono diventati via via delusi e frustrati dal pessimo stato dell’economia nazionale. Finora il governo è stato incapace di assicurarsi aiuti internazionali. Una manifestante ha spiegato ai microfoni di AFP che “il colpo di stato ci ha portato solo fame e povertà”. Ha raccontato che il giorno prima, al mercato, era riuscita a comprare solamente un chilo di pasta e un litro di latte e si domandava come avrebbe sfamato la sua famiglia di 13 persone quella sera. Con lei, altri oppositori del presidente hanno aggiunto che quello di Saied è stato un attentato alla democrazia stessa e che a causa sua l’economia tunisina sta collassando.

Dall’estate 2021 l’economia tunisina è di fatto in caduta libera: lo scorso dicembre, l’inflazione ha superato il 10% e la povertà affligge circa un quinto del Paese, pari a 12 milioni di persone. I dati raccolti dal Forum Tunisino per i Diritti Economici e Sociali ci aiutano a interpretare il significato di questi numeri per l’Italia. Nei primi nove mesi dello scorso anno, infatti, 13.500 migranti tunisini hanno fatto il loro ingresso in Italia, con un aumento del 23% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. In un commento ai numeri, il rappresentante dell’organizzazione dichiara di non avere dubbi sulle responsabilità di questo incremento, che attribuisce totalmente alla presidenza Saied. Le conseguenze degli attuali rincari e della mancanza di beni di prima necessità possono solo aggravare questo trend, andando a intasare i canali dell’accoglienza italiana, tema molto sensibile per il nuovo governo di Roma.

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