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Politica /

Il discorso di Giuseppe Conte sul Mes è chiaro: il suo sguardo è rivolto all’Europa, ed è a questa Europa che il premier guarda per avere certezze. Non all’interno della politica italiana, tanto meno al partito che l’ha proposto, il Movimento Cinque Stelle. Conte non è più solo “l’avvocato del popolo italiano” ma è soprattutto l’avvocato di se stesso. E sa che rispetto ai sussulti pentastellati e alle diatribe tra Pd e vecchi e nuovi alleati, Conte ha solo una certezza: non sarà la maggioranza a staccare la spina finché l’input non arriverà da altre parti. E l’Europa, fino a questo momento, ha mostrato ampia fiducia nei confronti di un presidente del Consiglio italiano che ha rinunciato a qualsiasi velleità di sovranismo per riversarsi nell’alveo di un europeismo talmente netto da far gridare (da subito) al trasformismo.

Quella frase sull’Unione europea come “una grande famiglia” è l’ennesimo segno di cosa voglia davvero Conte. Di chi siano realmente i destinatari dei suoi messaggi e di quanto, in fondo, abbia compreso la vacuità delle proteste del “suo” Movimento Cinque Stelle, che partito come incendiario di Europa e apriscatole di parlamenti, si è invece assestato in una placida politica attendista. Terrorizzato dal boom sovranista e incapace di mantenere una certa coerenza sui tavoli europei. Del resto era difficile credere, anni (se non mesi) fa che il movimento populista per definizione avrebbe votato a favore di Ursula von der Leyen, così come era altrettanto complicato pensare ai pentastellati come coloro che avrebbero approvato esulando la risoluzione sulla riforma del Mes che di fatto non fa altro che ribadire le linee guida dettate dall’Europa. Con una sola semplice differenza: che si riporta l’attenzione sul ruolo del parlamento. In sostanza un bluff, visto che nei fatti la riforma del Meccanismo europeo di stabilità non cambia. Ma il Movimento prova a salvare la faccia.

Faccia che però non sembra interessare Conte, che anzi sembra aver intrapreso una strada del tutto opposta. Inutile proseguire nel compromesso tra populismo e europeismo. Inutile continuare sulla falsariga del governo che difende gli interessi nazionali in Europa sfidando le rigide gerarchie di Bruxelles. Meglio – e più pragmaticamente – accettare quello che chiede l’Europa, ricordando le battaglie storiche del Movimento 5 Stelle ma senza farle proprie e puntando invece su un asse col Partito democratico che ormai appare sempre più cristallino. Anzi, per certi versi il vero alleato di Conte, in Italia come in Europa, appare proprio il Pd che, a differenza dei 5 Stelle, approva con entusiasmo qualsiasi inchino all’Unione europea a trazione franco-tedesca e non ne fa mistero. Un’alleanza che si è palesata anche nelle nomine europee, visto che gli italiani spediti dal premier in Europa sono tutti perfettamente in linea con il Pd e con l’agenda europeista (vedi David Sassoli all’Europarlamento e Paolo Gentiloni in Commissione). Conte ha dato il suo placet. così come ha dato semaforo verde alla linea europeista. E adesso è chiaro che una volta piazzati i colpi Pd in Ue, il premier possa fare affidamento non solo sull’alleato democratico, ma anche sull’incapacità pentastellata di abbandonare gli scranni e soprattutto su un’Europa che appare sempre più entusiasta. Conte in pochi mesi non è più diventato il premier debole di un governo guidato dall’ala sovranista, ma per i leader europei è diventato un vero statista che difende gli interessi di Bruxelles in Italia e nel mondo. Non è più il presidente populista, ma un sostenitore dell’infrastruttura europea. E la “famiglia Ue” lo ha finalmente accolto tra le sue braccia, dove può sentirsi relativamente al sicuro.

Perché preoccuparsi dell’opposizione, quando in Europa Angela Merkel lo considera un valido alleato e Emmanuel Macron l’artefice della fine delle politiche sovraniste di Palazzo Chigi? Perché pensare che il Movimento che l’ha scelto come premier possa far incrinare il trono di Palazzo Chigi quando Ursula von der Leyen ha confermato la sua idea positiva del governo italiano e i nuovi vertici europei sono tutti entusiasti di un’Italia rientrata nei ranghi di Bruxelles? Di fatto il presidente del Consiglio è blindato dall’esterno (e sappiamo cosa significhi in termini di tranquillità politica) e coordinato dal battaglione europeista in Italia: il Pd. Un connubio perfetto che dimostra come il premier si senta oggi molto più al sicuro di quanto si possa credere.

Nessuno, tra i poter forti, vuole le elezioni in Italia. Lui è l’unica garanzia del fragile equilibrio rosso-giallo. L’Europa applaude, le superpotenze tutto sommato restano in disparte consapevoli che sia un esecutivo incapace di imporre una vera linea strategica. Francia e Germania sono soddisfatte. E il tradimento di cui lo accusano le opposizioni è in realtà una perfetta manovra politica con cui Conte è riuscito in quello che nessuno era in grado di prevedere: cambiare completamente alleati e riuscire, comunque, a rimanere in piedi. Mes docet: a Conte non interessa tranquillizzare l’Italia né i ribelli grillini, interessa tranquillizzare l’Europa. La sua vera grande “famiglia”.

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