Gli ultimi mesi del 2018 avevano portato amare notizie per le borse globali, colpite da un generalizzato sgonfiamento dei loro indici, delle quotazioni e della fiducia ruggente che aveva trainato il rally dell’anno e mezzo precedente. Instabilità economica, fine del periodo di stimoli monetari e incertezza nell’azione delle banche centrali contribuivano a generare preoccupazioni in un mondo caratterizzato da quotazioni sopravvalutate, mine vaganti come i derivati costruiti sull’immensa massa del debito globale, imprese pericolanti, se non decotte, tenute in piedi solo dai facili crediti degli anni scorsi.

La Fed di Jerome Powell, trovando la dura reazione del presidente Donald Trump, aveva guidato la ritirata delle banche centrali dal regime di bassi tassi ed espansione della base monetaria seguita nel decennio precedente. Una fase che aveva fatto sì che gli asset detenuti da Bce, Federal Reserve e Bank of Japan arrivassero a superare i 15 trilioni di dollari, 3,5 volte la somma registrata nel 2008, ma anche che buona parte del denaro immesso venisse drenato dalla speculazione finanziaria piuttosto che dalla crescita reale.

Tuttavia, ciò è accaduto in maniera scarsamente coordinata e ha palesato la difficoltà di trovare un piano alternativo, in una fase in cui risulta vitale coniugare un riassestamento degli indici di borsa su valori più realistici, prevenire che una crisi scatenata da una delle tante bolle che minacciano la finanza internazionale (debito corporate statunitense, debito aggregato cinese, derivati di Deutsche Bank e così via) finisca per dare il là a un nuovo 2007-2008 e, soprattutto, imporre una politica economica capace di garantire una ripresa costante contro i rischi di una nuova recessione globale.

Le banche centrali tornano in campo e le borse respirano

Continuare ad alzare linearmente i tassi di interesse, in questo contesto, non risulterebbe una strategia praticabile. E di conseguenza le borse hanno interiorizzato, a inizio 2019, la fiducia per un ritorno in campo dell’autorità monetaria. Che dopo aver provato a dichiarare loro guerra, sottobanco cerca l’armistizio. 

Come scrive Il Sole 24 Ore, “dopo il dicembre nero delle Borse, a gennaio sembra che nulla sia più capace di spaventare i listini che dal minimo del 3 gennaio registrano rialzi tra il 4% e il 7% in Europa e Stati Uniti. […]  Il presidente della Fed Usa ha rilasciato dichiarazioni da ‘colomba’ a inizio gennaio, facendo partire il rimbalzo delle Borse. Mario Draghi ha detto che in Europa c’è ancora bisogno di stimoli monetari. La Banca centrale cinese continua le manovre espansive. E la Bank of England è pronta a intervenire se Brexit creasse problemi. Insomma: il rallentamento globale inizia a dare agli investitori la speranza – avvalorata dalle dichiarazioni più o meno velate dei banchieri centrali – che la festa della liquidità, durata quasi un decennio, possa non finire come si temeva fino a poco tempo fa”.

Questo non protegge tuttavia il sistema dal rischio di una recessione generalizzata. Può, nel breve periodo, dare respiro agli indici borsistici, sicuramente, ma non risolve la grande contraddizione tra Wall Street e Main Street, tra finanza ed economia reale. “Occorre alzare le dighe degli investimenti produttivi con l’azione delle imprese pubbliche e private”, puntualizza Giulio Sapelli su Il Sussidiario. “Puntare sulla crescita vuol dire puntare sugli investimenti. È solo il profitto, capitalistico o cooperativo ch’esso sia, a creare lavoro e con il lavoro la ricostruzione della società. Una società di cui vi è sempre più disperatamente bisogno. È questa la catarsi che attendiamo”. 

Sapelli contro la politica della Bce

Il navigato accademico torinese ha ragione, e in particolare è da sottolineare la sua incisiva critica alla governance della crisi ipotizzata dalle istituzioni europee, che riducono, come in un manuale neoclassico standard, il problema all’equilibrio monetario. Sapelli, in particolare, non risparmia critiche ai limiti dell’azione di Mario Draghi: “La moneta, a suo parere, può curare i mali della recessione imminente. È pur vero che egli sollecita le riforme strutturali dei governi, ma qui sta l’inganno: le riforme che sollecita favoriscono la crisi. Alte tasse, riduzione dei debiti tout court, senza distinguere tra il debito che fa bene (investimenti pubblici per creare lavoro e quindi domanda interna), pervicace negazione di ogni intervento pubblico nell’economia, laddove non è sperpero parassitario, ma creazione di sana occupazione”. Da chi può arrivare la risposta più incisiva alla crisi? Per Sapelli, dagli Stati Uniti.

Gli Usa tra Wall Street e Main Street

Gli Usa dovrebbero, in Occidente, guidare la cordata dei Paesi decisi a prevenire una recessione globale con profondi piani di investimento. La situazione economica nel Paese è florida ma ambivalente, dato che gli Stati Uniti sono stato l’epicentro della contraddizione tra crescita vertiginosa di occupazione e Pil e rimbalzo negativo delle borse. Mentre la Cina si prepara alla congiuntura impostando un piano di investimenti da 125 miliardi di dollari in progetti infrastrutturali a Washington si litiga per lo shutdown. La congiuntura positiva delle borse a inizio anno non deve ingannare: solo dalla politica può venire una reale risposta al rischio di una nuova crisi economica, capace di diradare le nubi nere che continuano ad essere presenti all’orizzonte.

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