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L’hanno già definita la fine del cosiddetto “sogno cinese” e per la prima volta anche il Global Times, granitico organo internazionale del Partito comunista, ha sollevato pesanti critiche al comportamento del governo. A quasi due mesi dalla conclusione del diciannovesimo Congresso del Partito Comunista Cinese, quello che ha incoronato Xi Jinping e il suo pensiero come pilastri della Cina del nuovo millennio, Pechino subisce uno dei piani di riforma più incisivi e importanti degli ultimi anni. Ma questa volta, il governo cinese non mette in mostra soltanto la sua lungimiranza strategica e il suo lato migliore di potenze emergente, ma anche la sua forza brutale contro qualsiasi cosa si possa frapporre fra le scelte politiche e la loro realizzazione. E così, Pechino è sì di nuovo protagonista della Cina contemporanea, ma più che la città come centro di potere, a entrare nel dibattito politico sono le baraccopoli in cui vivono coloro che si sono trasferiti nella capitale negli ultimi decenni. Baraccopoli che ora sono al centro di una campagna di ispezioni il cui risultato sono migliaia di sfratti e di demolizioni proprio durante l’inizio della stagione invernale.

La motivazione ufficiale data dal governo è un incendio scoppiato lo scorso 18 novembre, a Xihongmen, nel distretto meridionale di Daxing, e che aveva provocato 19 morti. Da quel momento è iniziata una serie di ispezioni, con l’individuazione di più di 25mila nuclei abitativi considerati irregolari e da cui sono state mandate vie le persone che ci vivevano. Azioni rapide e brutali che per la prima volta hanno suscitato forti critiche sull’operato dell’amministrazione anche da personaggi e organismi non lontani dal Partito. “Con temperature così fredde, gli sfrattati troveranno un nuovo posto in un paio di giorni? Anche se tornassero nelle loro città di provenienza, sarebbe difficile trovare una sistemazione in un lasso di tempo così breve”, si domanda il Global Times, tabloid del Partito Comunista Cinese. “Non è ragionevole che Pechino chiuda le porte a chi viene da fuori”, prosegue il giornale, che pur non criticando la scelta di eliminare le baraccopoli e i palazzi fuori norma, condanna la scelta dei metodi nei confronti della popolazione colpita, per lo più migranti interni, che sono stati per anni la spina dorsale della crescita della stessa città di Pechino. E che oggi sono circa tre milioni.

Il problema è che, adesso, questi migranti interni non sono più di fondamentale importanza per la capitale come quando si sono trasferiti in essa. Il governo si è imposto come obiettivo quello di evitare l’aumento della popolazione, mettendo il tetto massimo in 23 milioni di abitanti. E già adesso la popolazione viaggia verso i 22 milioni. La riorganizzazione della città, che vuole essere di nuovo il motore culturale della Cina oltre che quello politico, passa dunque anche attraverso un rapido cambiamento del volto della capitale e il contenimento dell’arrivo di nuovi immigrati. Se dunque il governo della città aveva già questo obiettivo con il nuovo piano regolatore, l’incendio di Xihongmen è stato semplicemente il pretesto per iniziare ad attuarlo. Un piano anche corretto, come sostenuto da più parti, perché quelle aree destinate alle demolizioni sono insicure, insalubri e totalmente prive di ogni infrastruttura. Ma che nei metodi si è rivelato assolutamente brutale, tanto che lo stesso segretario del Partito comunista di Pechino, Cai Qi, ha detto che bisognava prestare attenzione “al lato umanitario e aiutare chi è in difficoltà”. Parole che non sono però bastate a cancellare i soprusi subiti da queste migliaia di persone e che sono servite soprattutto a rispondere alle critiche rivolte anche dagli oltre cento intellettuali che hanno scritto una lettera ai vertici del Partito, definendo l’accaduto “una grave violazione dei diritti umani”.

Il municipio di Pechino ha negato, come ovvio, che le operazioni si sfratto e demolizione siano il frutto di un piano per la riduzione degli abitanti o rivolto agli immigrati interni. Tuttavia è un fatto che il governo di Pechino abbia offerto biglietti del treno agli sfollati per tornare nelle città d’origine e assistenza a chi si voglia trasferire di nuovo lì. Così come è un fatto che abbia offerto soltanto 1.800 posti di lavori alle persone colpite dalle demolizioni, quando in realtà le persone sono molte migliaia in più. Gesti che dimostrano, più di tante altre congetture, quale sia il reale obiettivo del governo cinese: fermare e ridurre il numero di immigrati.

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