La scelta di abbandonare l’accordo sul nucleare con l’Iran non ha lasciato indifferente il Vaticano. La Santa Sede non sarà molto contenta della decisione di Donald Trump.

La visione del mondo di papa Bergoglio è multipolare. Uno dei crucci del Santo Padre è quello di destrutturare il monopolio geopolitico degli Stati Uniti. Il Santo Padre è un latino – americano. Secondo il parere di molti commentatori, il pontefice argentino mantiene, nei confronti dell’America del nord, quel pregiudizio tipico delle persone provenienti dai “confini del mondo”.  E poi c’è il rischio di un conflitto che la diplomazia vaticana vorrebbe scongiurare in ogni modo: quello tra la nazione iraniana e Israele. Per non parlare dell’eventualità di un conflitto nucleare. 

Papa Francesco aveva riconosciuto l’importanza strategica dell’Iran nella lotta al terrorismo islamico. In un incontro svoltosi nel 2016, Bergoglio e il presidente della repubblica iraniana Hassan Rohani avevano anche ricordato la stipulazione del trattato sul nucleare. La questione è considerata centrale ai fini del mantenimento degli equilibri di pace in Medio Oriente. Sullo sfondo, si capirà, c’è la guerra in Siria

Un colloquio, quello tra i due capi di Stato, che aveva evidenziato come il Vaticano riconoscesse all’Iran anche il ruolo di argine al traffico clandestino e internazionale di armi. La Santa Sede, in questa circostanza, non ha rilasciato comunicati ufficiali sulla questione: sarebbe un fatto inconsueto, ma l’opinione sull’uscita degli Stati Uniti dal trattato è deducibile con facilità. Il quotidiano della Santa Sede e quello della Conferenza episcopale italiana non si sono risparmiati nei giudizi. Pare che dalle parti di piazza San Pietro siano in pochi a credere alle prove presentate dal premier israeliano Benjamin Netanyahu

Importanti passi diplomatici in avanti erano stati fatti. L’incontro mondiale a Philadelphia, che viene organizzato dalla Pontificia Accademia per la Vita per la difesa della cosiddetta “famiglia tradizionale”, aveva visto per la prima volta la partecipazione di una delegazione iraniana. In precedenza Bergoglio aveva ricevuto Shahindokht Molaverdi, vicepresidente della Repubblica iraniana. Parole al miele, tutte incentrate sulla condivisione della funzione sociale ed etico della famiglia nel mondo contemporaneo. 

L’Ostpolitik 2.0 del cardinale Pietro Parolin, che del Vaticano è il segretario di Stato, continua a muoversi sottotraccia. Questa storia dell’Iran avvicina la Santa Sede, ancora una volta, a Vladimir Putin. Lo “zar” è atteso in Italia per il prossimo autunno, quando dovrebbe recarsi ad Assisi per il ricevimento della Palma d’oro per la pace. Si vocifera che papa Bergoglio possa partecipare alla cerimonia insieme ai vertici della Chiesa ortodossa. Patriarca Kirill in testa. Diverrebbe scontata, in caso il tutto venisse confermato, una visita ufficiale a Roma dello “zar”. 

Donald Trump non sarebbe nelle grazie di Papa Bergoglio. Questo assunto viene ripetuto di continuo dalla stampa neoliberal. Un’ipotesi più realistica è quella per cui al Papa non starebbero simpatici gli americani in genere. La “Chiesa in uscita”, che è un po’ il mantra di questo pontificato, guarda con attenzione alle periferie più che al centro. Chiaro che il Vaticano non guardi con buon occhio alle azioni che minano gli equilibri delle zone periferiche del pianeta. Per ora, come si diceva, non sono arrivate dichiarazioni ufficiali. Prendere una posizione pubblica “contro” Trump significherebbe in qualche modo prendere le distanze anche da Israele. Bergoglio non può permetterselo, ma che esista una forte preoccupazione per quanto sta accadendo è conclamato.

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