Dopo la sentenza della Corte europea che aveva intimato la Spagna a liberare Oriol Junqueras per permettergli di presentarsi al Parlamento europeo, questa volta è il Belgio a colpire Madrid. Il tribunale di Bruxelles ha infatti bloccato l’estradizione del leader indipendentista catalano Carles Puigdemont, sostenendo come la misura sia necessaria per garantire il rispetto delle volontà dell’Unione europea. Assieme a lui, anche Toni Comin avrà la possibilità di muoversi liberamente all’interno di Schengen, potendo così sedere all’Europarlamento, nonostante le contrarie volontà della Spagna.

Puigdemont, Junqueras e Comin sono stati accusati da Madrid per aver utilizzato fondi pubblici per finanziare il referendum sull’indipendenza della Catalogna, nonostante il veto del governo spagnolo dell’allora presidente Mariano Rajoy. Di questi, solo Junqueras sta attualmente scontando la pena in Spagna, nonostante l’immunità parlamentare di cui gode in virtù della sua elezione ad europarlamentare. Le contrarietà di Madrid risiedono nel fatto che, non avendo posto giuramento prima della propria insediamento, non sono riconosciuti come legali rappresentanti e di conseguenza non godono dello status che permetterebbe loro di non essere posti agli arresti. Di differente opinione era stata la Corte europea lo scorso dicembre, la quale ha ribadito come il giuramento sia una semplice formalità interna alla legislazione spagnola, non vincolante a livello di convalida europea. Insomma, a Bruxelles poco importa della forma: l’importanza è stata attribuita al voto del popolo.

Sanchez adesso trema

Se fino a poche ore fa Pedro Sanchez sperava ancora nella possibilità di arrivare ad un accordo duraturo con gli indipendentisti catalani, adesso la situazione sembra complicarsi. Sebbene infatti, previa promessa di scarcerazione per Junqueras, un accordo possa realisticamente andare in porto, è assai difficile che le richieste di Barcellona si limitino alla libertà di un proprio esponente politico: la popolazione tornerà in piazza a chiedere l’indipendenza da Madrid. Accettare ciò, per Sanchez, equivale ad un suicidio politico; forse necessario per arrivare al governo, ma sicuramente sconveniente se si spera di ricoprire ancora la carica in futuro. Oltretutto, con l’incognita Vox che aumenterebbe i propri consensi, rischiando di sovvertire gli esiti elettorali alla prossima tornata di consultazioni popolari.

Il partito socialista, da questo scenario, rischia di uscirne a pezzi. Mentre Podemos infatti potrebbe giocare sul fatto di essere un socio di minoranza e rosicare voti al partito rosso della Spagna, Sanchez non avrebbe la minima scusante e subirebbe un deflusso di voti notevole, radicalizzando le posizioni degli spagnoli.

Il futuro della Spagna si gioca sulla Catalogna

Mentre la Catalogna e gli europarlamentari indipendentisti esultano, i palazzi di Madrid sono scossi da un terremoto di alto magnitudo. Le voci che indicano come prossima discriminante per le elezioni la questione Barcellona spaventano i partiti tradizionali della Spagna. Con Vox eretto come bastione difensivo per l’unità della penisola iberica e con un partito socialista interessato più a governare che ai reali bisogni del Paese, l’approvazione pubblica non sembra appoggiare Sanchez. Mentre infatti una sua alleanza con i partiti secessionisti garantirebbe il favore della Catalogna e forse, in segno di solidarietà, dei Paesi Baschi, darebbe una brutta immagine del partito nel resto della Spagna, cui voti confluirebbero nella più solida posizione di Vox.

Situazione questa che potrebbe anche essere accettabile per il partito socialista, qualora il proprio piano di governo miri a durare per tutta la legislatura, cercando di recuperare consensi negli ultimi mesi di governo. Tuttavia, nella grande incertezza che circonda la nascente formazione di governo (sempre che veda effettivamente la luce), il rischio di tornare alle elezioni anticipate non è assolutamente da escludere; mentre l’ombra di Vox diviene sempre più ingombrante.

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