Manca un mese alle prossime elezioni europee e dalla Francia arriva un segnale a dir poco preoccupante per la presidenza di Emmanuel Macron. Secondo un sondaggio di OpinionWay et Tilder per Les Echoes, il Rassemblement National di Marine Le Pen, la cui lista è guidata da Jordan Bardella, è in testa con il 24% dei consensi e supera la Republique En Marche del presidente francese, inchiodato al 21% e in calo di due punti nell’ultimo mese. La presenza, come capolista, dell’ex ministro Natahlie Loiseau, non sembra aver scosso (evidentemente) gli animi dei moderati delusi di Francia.

Per il presidente francese si tratta di un campanello d’allarme di non poco conto. Le elezioni europee, per il capo dell’Eliseo, rappresentano non soltanto un momento chiave per comprendere il futuro dell’Unione europea, ma anche come termometro per la sua agenda politica interna ed europea. Il capo dello Stato sa che si gioca moltissimo in questa tornata elettorale.

Il suo partito vuole presentarsi come gruppo europarlamentare in grado di decidere le sorti del prossimo parlamento europeo e di imporre una certa linea anche alla futura Commissione. E solo un’affermazione alle elezioni può far sì che si realizzi questo progetto. Mentre una conferma del trend positivo di Marine Le Pen, una delle leader del blocco sovranista europeo, rischia di mettere a repentaglio tutta la strategia continentale del presidente francese. Una strategia che si basa sulla volontà (neanche troppo celata) di condividere il potere dell’Unione europea con la Germania di Angela Merkel – anche se da qualche tempo l’asse franco-tedesca accusa alcune lievi incrinature – e soprattutto di costruire un’Europa basata sul potere dio Parigi nel campo della diplomazia e della Difesa.

Ma come moti altri leader europei, come sta avvenendo del resto anche in Italia, queste elezioni europee sembrano essere qualcosa di più di una semplice elezione in chiave eminentemente continentale. La tornata elettorale sembra essersi trasformata per l’Eliseo nel banco di prova finale di una presidenza che ai francesi risulta sempre più stretta. La protesta continua dei gilet gialli, che per settimane hanno messo a soqquadro Parigi e l’intero territorio francese, ha rappresentato il grido d’allarme della Francia profonda rispetto alla leadership di un presidente che ha da molto tempo perso il contatto con l’elettorato (se mai ne abbia avuto veramente uno). Le periferie urbane e le province si sono mostrate decisamente contrarie alle politiche volute dal governo francese e i partiti al di fuori del gioco di potere, cioè Rassemblement National a destra e La France Insoumise a sinistra, hanno cavalcato l’ondata di protesta, con i sovranisti che sono riusciti a imporsi nel discorso dei gilet gialli in maniera più netta, almeno fino a questo momento, rispetto ai partiti della sinistra radicale.

Ora, i sondaggi sembrano premiare Le Pen e i suoi rappresentanti: quella Francia profonda, che si era già manifestata nelle ultime presidenziali vinte da Macron, non solo si conferma un elemento decisivo delle sorti politiche di Parigi, ma rischia ora di prendere il sopravvento dopo due anni di presidenza dell’attuale inquilino dell’Eliseo. Che prova a correre ai riapri, ma appare sempre più in affanno.

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