Nella giornata di martedì e rivolgendosi alla Duma – la camera bassa del parlamento russo – il presidente della Russia Vladimir Putin ha espresso la propria volontà di estendere i limiti di numero di mandati che possono essere ricoperti dal massimo esponente politico del Paese. Putin, che in questo momento e sino al 2024 sta occupando il quarto mandato ai vertici della Russia, potrebbe in questo modo rimanere in carica fino al 2036, qualora continuasse a vincere le presidenziali che si svolgono ogni sei anni.

La mossa, fortemente contrastata dalle opposizioni, è stata giustificata facendo appello all’instabilità che sta ancora attraversando la democrazia del paese, che deve ancora attutire i lasciti della caduta dell’Unione sovietica del 1991. Adesso la decisione definitiva deve essere presa dalla massima corte costituzionale del Paese che, qualora accettasse, aprirebbe a Putin la strada per altri potenziali 12 anni di presidenza.

Da presidente a zar?

La bontà della decisione è stata giustificata dal clima di necessità del Paese, analogamente a quanto successo negli Stati Uniti durante lo scoppio della Seconda guerra mondiale: ai tempi, in ben pochi si opposero infatti alla rielezione del presidente Franklin Delano Roosvelt. E nonostante gli oppositori politici Alexei Navalny e Ivan Zhdanov abbiano preferito parlare di colpo di stato istituzionale, è innegabile come in Russia la maggioranza dell’opinione pubblica si sia schierata dalla parte dell’attuale presidente.

Con questa mossa, Putin avrebbe la possibilità di trasformarsi quasi a tutti gli effetti in uno zar, rimanendo potenzialmente in carica sino al 2036, quando avrà compiuto il suo 83esimo compleanno. Divenendo in questo modo uno dei dirigenti più longevi ad essersi seduti al vertice della scala gerarchica del Cremlino, egli avrebbe la possibilità di portare a compimento i piani di riforma non soltanto del mondo politico ma anche dell’architettura economica della Russia: per suo stesso dire ancora in via di stabilizzazione.

Una decisione per sé o per la Russia?

I dubbi che sono stati posti nella giornata di martedì si sono riferiti alla possibilità che – più che una scelta per la Russia – si sia trattato di una scelta mirata alla soddisfazione del proprio ego. Realisticamente, la verità è riscontrabile proprio dall’unione delle due affermazioni. Mentre da un lato infatti Putin non ha mai fatto segreto del suo credere che la continuità politica fosse l’unico modo per la Russia per potersi rafforzare, dall’altro bisogna considerare la storia della Russia dalla dipartita politica di Boris Eltsin in avanti.

Mosca di oggi, in fondo, è la creatura ad immagine e somiglianza di Putin, il quale l’ha sollevata dal periodo più buio di tutto il Novecento per riportarla ad essere vertice della politica internazionale, alla pari di un padre con la propria figlia. E in questo scenario, immaginare che il presidente della Russia possa farsi improvvisamente da parte appare improbabile.

Alla Russia serve ancora un uomo forte al comando?

L’inizio del nuovo decennio ha portato con sé una serie di sconvolgimenti geopolitici e sociali che hanno reso la scena politica internazionale di difficile gestione, all’interno della quale la Russia non può e non deve farsi trovare impreparata. Il rischio in questo contesto che un ceto politico emergente non adeguatamente preparato possa danneggiare il posizionamento di Mosca negli ordini internazionali ha spinto Putin – e la maggioranza della Duma – a prendere e sostenere la decisione.

Mentre la lotta al Covid-19 si estinguerà – si spera – nell’arco di pochi mesi, l’instabilità del Medio oriente, la guerra economica dell’Africa e la gestione dei territori occupati dalla Russia saranno questioni destinate a perdurare per tutto il decennio. E la Russia non può attualmente permettersi di farsi cogliere impreparata, bruciando quella che è stata una rapida risalita della corrente dopo il tracollo iniziato negli anni ’80.

Quindi – realisticamente – sì, la Russia intesa come potenza internazionale ha bisogno di un uomo forte al comando, capace di gestire il complicato panorama dei prossimi anni; qualunque sia il prezzo da pagare. Ed è proprio questa esigenza che spianerà la strada al presidente anche per quanto riguarda il sostegno pubblico alla proposta di modifica costituzionale.

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