Le elezioni afghane tenutesi a settembre 2019 si sono concluse con la vittoria del presidente uscente Ashraf Ghani, ma il risultato delle urne non è stato ritenuto valido dal suo maggiore sfidante. Abdullah Abdullah, leader della Coalizione nazionale dell’Afghanistan, ha infatti contestato l’annuncio della Commissione elettorale, affermando di essere il reale vincitore delle ultime presidenziale e che il compito di formare il nuovo Governo spetta a lui e ai suoi alleati.

Due proclamazioni per due presidenti

Il mancato riconoscimento da parte di Abdullah della vittoria di Ghani ha dato vita a una impasse politica che non sembra destinata a risolversi nel breve periodo. Gli Stati Uniti hanno cercato di mediare tra le due parti tramite la figura dell’inviato speciale Zalmay Khalilzad, ma gli sforzi del diplomatico alla fine si sono rivelati vani. Khalilzad inizialmente era riuscito a convincere Abdullah a rinviare la sua auto proclamazione a presidente del Paese: in cambio l’ex ministro degli Esteri aveva chiesto che anche Ghani posticipasse la cerimonia ufficiale di avvio della nuova legislatura. Il presidente uscente però non ha accettato la parte dell’accordo che lo riguardava, organizzando per il 9 marzo il giuramento ufficiale che lo renderà a tutti gli effetti capo di Stato dell’Afghanistan. Un simile atto è stato visto da Abdullah come una vera e propria provocazione, a cui il politico ha risposto organizzando nello stesso giorno la propria cerimonia di investitura e proclamandosi a sua volta presidente del Paese asiatico. A determinare il livello di riconoscimento internazionale sono stati i nomi degli invitati presenti alle due cerimonie: Ghani ha infatti potuto contare sulla presenza dell’inviato americano Khalilzad e sul comandante delle forze Nato, il generale Scott Miller. I due erano stati invitati anche al giuramento di Abdullah, ma hanno deciso di schierarsi in favore del candidato indicato dalla Commissione elettorale come il reale vincitore. Al di là del mancato riconoscimento internazionale, l’auto proclamazione dell’ex ministro mette in crisi un sistema politico già profondamente segnato ed evidenzia quanto la capacità americana di intervenire nelle dinamiche interne del Paese sia sempre più debole.

Gli effetti sul Piano di pace

La crisi politica in corso in Afghanistan presenta dei problemi anche per quanto riguarda il piano di pace siglato tra i talebani e l’amministrazione Trump. I primi avevano fin dall’inizio rifiutato di sedersi al tavolo dei negoziati con il Governo afgano, additando Ghani come un burattino nelle mani degli americani e privo quindi della legittimità necessaria per avere voce in capitolo nel futuro del Paese. Gli Usa erano poi riusciti a convincere i combattenti a partecipare a dei colloqui intra-afgani dopo la firma della pace e l’avvio del ritiro delle truppe Usa dall’Afghanistan, ma la situazione politica attuale complica un quadro già di per sé molto delicato. Il portavoce dei talebani, Suhail Shaheen, ha infatti sottolineato come l’attuale crisi politica non sia un buon segno per le prospettive di pace nel Paese. Diversi analisti hanno dato ragione alle parole di Shaheen, evidenziando come la prima complicazione al processo di pacificazione del Paese sia l’ennesimo ritardo nell’avvio dei colloqui intra-afgani che si sarebbero dovuti tenere nei prossimi giorni. Senza una leadership afgana riconosciuta e ben determinata, è difficile per i rappresentati del Governo presentarsi al tavolo delle trattative con la forza necessaria per trattare con i talebani, già molto scettici nei confronti di Kabul.

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