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Dopo aver delineato la strategia d’azione per alcuni dei dossier di politica estera più importanti come quello russo, cinese, o iraniano, ora alla Casa Bianca devono stabilire quale sarà la linea d’azione per un altro, altrettanto fondamentale: quello nordcoreano.

Durante la campagna elettorale, l’attuale presidente Joe Biden aveva toccato, a grandi linee, la questione affidando all’agenzia stampa sudcoreana Yonhap News una lettera in cui si abbozzava una linea strategica sulla questione della sicurezza della penisola coreana.

Biden scriveva, il 30 ottobre, che “in qualità di presidente, starò dalla parte della Corea del Sud, rafforzando la nostra alleanza per salvaguardare la pace in Asia Orientale e oltre, piuttosto che ricattare Seoul con minacce sconsiderate come la rimozione delle nostre truppe. Mi impegnerò in una diplomazia ‘di principio’ e continuerò a spingere verso l’obiettivo di una Corea del Nord denuclearizzata e una penisola coreana unificata, mentre lavoro per riunire gli americani-coreani separati dai propri cari in Corea del Nord per decenni”.

Il segretario di Stato americano, Antony Blinken, recentemente è stato più vago quando ha indicato che l’attuale amministrazione effettuerà una revisione politica per valutare cosa “può essere efficace per esercitare una crescente pressione sulla Corea del Nord affinché si presenti al tavolo dei negoziati, nonché quali altre iniziative diplomatiche potrebbero essere possibili”, esprimendo però lo stesso principio del numero uno della Casa Bianca: il fine è far ritornare al tavolo delle trattative Pyongyang utilizzando maggiori strumenti di pressione diplomatici.

Per ottenere questo risultato Washington dovrebbe evitare di impantanarsi in un meccanismo di escalation – militare o sanzionatoria – con la Corea del Nord avviando un processo di apertura diplomatica anticipata con il regime nordcoreano per verificare se un serio processo di dialogo può essere sostenuto. Si deve aver presente, però, che l’obiettivo di una “denuclearizzazione completa, verificabile e irreversibile” della penisola coreana è irraggiungibile, almeno in un sol colpo, e pertanto questo approccio dovrebbe essere abbandonato a favore di uno più graduale e realistico basato su una strategia che prevede la denuclearizzazione per gradi da accompagnarsi all’allentamento delle sanzioni internazionali: così facendo sarebbe possibile anche riuscire a ottenere la firma del trattato di pace che manca dal termine del conflitto del 1950-1953. Questo approccio dovrebbe essere intrapreso rafforzando i legami degli Stati Uniti con la Corea del Sud ed il Giappone, e lavorando parallelamente con la Cina (pur mantenendo aspettative realistiche in merito al suo sostegno dato il livello di scontro raggiunto) che risulta essere l’alleato più stretto che ha Pyongyang, sebbene, come sappiamo, abbastanza scomodo.

Il punto di partenza dovrebbe essere lo storico accordo di Singapore, siglato dall’amministrazione Trump nel 2018, che è stato raggiunto al culmine di un’escalation diplomatica e militare che ha fatto pensare si potesse giungere ad un conflitto armato. La tattica dell’ex presidente Trump è stata infatti quella del duro scontro iniziale, con palesi dimostrazioni di forza militare e accese (quando non infuocate) dichiarazioni diplomatiche, per portare Kim Jong-un al tavolo negoziale: una mossa che ha dato i suoi frutti e che abbiamo chiamato la “Carta Coreana”. Il limite strategico, però, che è risultato evidente dallo stallo dei negoziati dal vertice di Hanoi in avanti, è che la contrapposizione perentoria, inamovibile, una volta raggiunto un accordo di massima come era quello di Singapore, non era più auspicabile con un regime che vede nell’arsenale atomico l’unica sua garanzia di sopravvivenza.

Il presidente Biden dovrà quindi cercare la via del compromesso, che potrebbe trovare terreno fertile a nord del 38esimo parallelo in questa particolare congiuntura storica che vede la Corea del Nord ulteriormente isolata per via della pandemia e alle prese con una grave crisi economica, anche causata dalle recenti terribili inondazioni. Da questo punto di vista la Casa Bianca potrà trovare sicuramente sponda a Seul. La Corea del Sud ha infatti dimostrato, soprattutto negli ultimi anni, di voler cercare la via del dialogo col suo vicino di casa, per tutta una serie di motivi legati soprattutto al fatto che il Nord rappresenta l’unica via di accesso terrestre al continente asiatico che ha.

Seul si è dimostrata, durante il quadriennio trumpiano, poco incline ad assecondare la politica assertiva di Washington verso Pyongyang, preferendo cercare di mantenere sempre aperti i suoi canali diplomatici nonostante le recrudescenze di tensione fomentate dal Nord: ricordiamo la distruzione della “palazzina del dialogo” di Kaesong, cittadina del nord già nota per essere stata il primo e unico centro di interscambio commerciale tra le due nazioni ancora formalmente in guerra.

Più difficile sarà trovare l’appoggio nipponico: i rapporti tra Tokyo e Pyongyang sono rimasti sempre tesi, con delle vere e proprie crisi che hanno fatto temere per delle rotture diplomatiche. Da questo punto di vista, anche la recente sentenza di un tribunale sudcoreano che obbliga il Giappone al risarcimento per le “comfort women” durante la Seconda Guerra Mondiale, non faciliterà affatto questo compito.

La Casa Bianca dovrà quindi sia mediare tra Seul e Tokyo, sia trovare un modo di condurle in un fronte comune non di attrito con Pyongyang, ed un primo passo in questo senso potrebbe essere mettere sul tavolo negoziale la cessazione delle esercitazioni militari congiunte sul territorio sudcoreano e nelle acque che circondano la penisola. Questa eventualità era già stata messa in atto proprio a seguito del vertice di Singapore (solo per le esercitazioni più grandi) e aveva avuto come immediato effetto la fine dei lanci di missili balistici a raggio medio, intermedio e intercontinentale da parte della Corea del Nord. La possibilità di una nuova moratoria sui test missilistici potrebbe quindi essere rimessa sul tavolo se da parte statunitense si rinuncerà a effettuare esercitazioni militari: dimostrerebbe, ancora una volta, la buona volontà di Washington.

Per quanto riguarda l’arsenale atomico, la Casa Bianca dovrebbe cercare di dimostrare chiaramente l’abbandono dell’approccio massimalista dell’amministrazione Trump, allontanandosi quindi dal “modello Libia” (ovvero una denuclearizzazione completa in anticipo), per passare a un processo graduale da concordare per fasi. Questo darebbe tempo a Kim Jong-un di accertarsi della reale volontà statunitense di non voler sovvertire il regime, e dall’altra parte darebbe una prima rassicurazione agli alleati degli Stati Uniti nell’area sulla via del disinnesco della minaccia nucleare nordcoreana. Una tale eventualità sarebbe il prodromo per il processo di pace, che parimenti dovrebbe essere attuato sul lungo periodo, in modo da dimostrare alla Corea del Nord che la “politica ostile” di Washington fatta di sanzioni per minare la sicurezza, la stabilità economica e politica di Pyongyang ha fatto il suo tempo.

La denuclearizzazione dovrebbe cominciare con la graduale chiusura dei reattori ad acqua pesante, lo smantellamento delle testate nucleari operative, e la riconfigurazione del materiale fissile per scopi pacifici, quindi sorvegliandone il livello di arricchimento. La Corea del Nord dovrebbe, quindi, rientrare gradualmente nel trattato di non proliferazione nucleare (Npt) da cui è uscita nel 1993 in cambio sia dell’assicurazione che non verrà fatto nessun tentativo di eliminare il regime, sia del termine delle sanzioni economiche a cui dovrà, forzatamente, accompagnarsi tutta una serie di aiuti economici in grado di permettere a Kim Jong-un la modernizzazione del Paese, obiettivo che ha fallito di raggiungere e che è vitale per il suo futuro.

Occorre però che la Casa Bianca si allontani il più possibile dalla tattica di Obama, fatta di “bastoni e carote” diplomatiche che si è dimostrata assolutamente fallimentare: pertanto se da un lato deve abbandonare la retorica dello scontro frontale e dell’inamovibilità, deve continuare a garantire un adeguato strumento di deterrenza per sé e e per i suoi alleati nel Pacifico, magari estendendo l’ombrello nucleare così come avviene per i Paesi della Nato in Europa: una soluzione che non sbilancerebbe troppo i rapporti di forza con la Cina e la Russia perché non passa per l’implementazione e l’allargamento dello scudo antimissili balistici, che rappresenta il vero fattore destabilizzante nella politica atomica.

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